
Abitudine normale e comune a tutti, fino a qualche tempo fa, era fare il cambio di stagione, sì perché le stagioni cambiavano con altrettanta normalità. Con il cambio di stagione, anche nella vita dei guardaroba, cambiavano i nostri stili di vita, i loro tempi e i loro umori comportamentali e relazionali. Ci si riconosceva anche per questo.
Gli indumenti sostituiti, con una certa ritualità, occupavano nei cassetti e sulle stampelle una funzione bene precisa, quella di farci “ritrovare” nell’armadio, al ritorno dalla stagione appena conclusa, con i ricordi che avevano “accolto” e, perché no, con una delicata usura del tempo, oltre che dei capi di abbigliamento. Oggi non facciamo il cambio di stagione, semplicemente perché le stagioni non cambiano! Ma come? Non cambiano?!
E’ così, capita di usare capi invernali d’estate o capi estivi d’inverno, le stagioni intermedie si alternano a fasi alterne e ravvicinate, avendo abbandonato il compito di accompagnare gradualmente il passaggio di stagione in stagione. Immaginerei non un armadio con scomparti ben separati, ma un armadio con settori multipli, che si interscambiano meccanicamente, mixando, separando, annullando, continuamente.
Indubbiamente può sembrare un gioco di parole e una sperimentazione linguistico-funzionale, tale potrebbe essere anche questa ipotesi esplicativa, come anche questa ulteriore spiegazione, si potrebbe proseguire all’infinito, meglio fermarsi, altrimenti c’è il rischio di sovrapporsi al cambio di stagione! La moda, nelle sue passerelle, rincorre queste dinamiche, sfruttando ipotesi surrealistiche, materiali ipercomplessi, che non riconducono a nessuna stagione.
Certo la moda, quella altolocata, non interagisce con i nostri armadi, nemmeno li sfiora. Gli interlocutori sono le grandi industrie e le capienti tasche di chi acquista. Piuttosto, gli armadi sono fagocitati e abusati dalle vendite on line dell’usato, vero paradigma interpretativo della nostra spasmodica ricerca delle stagioni, dopo averli riempiti, spasmodicamente, di ogni cosa.
Così, tutti rincorrono presunti guadagni, nella speranza di averla vinta sui cambiamenti climatici, che ridono ironicamente della sconfitta dell’acquirente sociale, illuso di poter scegliere cosa indossare e cosa essere, per noi e per gli altri.
Un tempo, tanto tempo fa, più o meno tutti, avevano, quando ci si sposava o si prendeva casa, una dote di indumenti stagionali, quella per le occasioni e quella per la definizione dello status sociale. Ma è tanto tempo fa, nessuno più lo ricorda, bauli, valige e scatoloni non appartengono più alla nostra vita normale. E forse neanche gli armadi!
di Annamaria Rufino
Docente di Sociologia giuridica della devianza e del mutamento sociale
Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”
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