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Camilla Cederna: l’eleganza come specchio sociale e il coraggio dell’inchiesta

Alice Gaudino
Alice GaudinoRedazione Informare
29 agosto 20255 min di lettura

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Camilla Cederna: l’eleganza come specchio sociale e il coraggio dell’inchiesta

Indice (2)

  • 1Dal cappotto alla bomba: la svolta civile 
  • 2Una pioniera imperfetta, ma necessaria 

Quando Camilla Cederna iniziò a scrivere di moda negli anni Quaranta, in pieno regime fascista, scelse consapevolmente un linguaggio considerato “femminile”, ma lo usò per smascherare, raccontare e analizzare l’Italia. Il suo primo articolo importante, Moda nera, pubblicato nel 1939 su L’Ambrosiano, prendeva di mira gli outfit delle mogli dei gerarchi fascisti, con toni che andavano ben oltre la cronaca sartoriale: «Sono vestite tutte di nero come i corvi, con la pretesa di assomigliare a un’idea di potere che non hanno capito, e che finisce per travolgerle nel ridicolo». Il pezzo le costò la minaccia dell’arresto e l’esilio momentaneo in Svizzera, ma segnò l’inizio del suo stile: ironico e chirurgico. 

A leggerla oggi, viene quasi da pensare a una figura a metà strada tra Carrie Bradshaw e Oriana Fallaci: lo sguardo vivace sulla società, l’interesse per i codici della femminilità e, allo stesso tempo, la determinazione nel raccontare il potere senza sconti. Negli anni Cinquanta e Sessanta, sulle pagine de L’Europeo e poi de L’Espresso, Cederna descriveva un’Italia in pieno boom economico: signore «ingessate nei tailleur che imitano Chanel ma si perdono tra le pieghe dell’imitazione» e borghesi che «fingono disinvoltura mentre indossano lo status».  

Ogni dettaglio d’abbigliamento diventava un pretesto per parlare di classe, di genere, di potere. Senza dichiararlo esplicitamente, stava facendo critica sociale attraverso il guardaroba: un modo brillante e tutto suo di raccontare l’Italia da dentro, partendo da ciò che sembrava più frivolo per arrivare a ciò che era essenziale. 

Dal cappotto alla bomba: la svolta civile 

Nel dicembre del 1969 alle 16:37 del 12 dicembre, una bomba esplose nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, a Milano: morirono 17 persone, 88 rimasero ferite. Nei giorni successivi, la polizia fermò l’anarchico Giuseppe Pinelli, ferroviere e attivista. Dopo oltre tre giorni di interrogatorio in questura, Pinelli cadde da una finestra del quarto piano: il commissario Luigi Calabresi parlò di suicidio, ma era chiaro che così non fosse.  

Di fronte ad uno dei più grandi episodi di abuso di potere della prima repubblica Camilla sapeva di non poter più limitarsi a raccontare i tailleur e le borse di coccodrillo delle signore milanesi, fu così che lei accorse subito sul posto dove ai giornalisti era vietato l’accesso al pronto soccorso, i suoi colleghi maschi furono lasciati indietro e lei riuscì ad entrare sfruttando il gap di genere: nessuno si aspettava fosse una giornalista e si finse un’ amica di famiglia.  

Nasce così il libro Pinelli, “una finestra sulla strage (1971)”, una lunga e precisa inchiesta che metteva in discussione la versione ufficiale dei fatti e ridava umanità a un uomo che era diventato un “caso”. «Il commissario non sapeva spiegare perché la finestra fosse aperta. Ma nessuno aveva chiesto perché Pinelli fosse lì, trattenuto per ore, senza un’accusa, senza un avvocato», annotava con fermezza. Era l’inizio di una nuova fase per il giornalismo italiano, in cui l’inchiesta non era più soltanto il terreno degli uomini, la soggettività sostenuta da rigore trova il suo spazio. Cederna proseguì su questa strada con “sparare a vista (1975)”, in cui documentò gli abusi della polizia durante le manifestazioni.  

Poi con Giovanni Leone scrive “la carriera di un presidente (1978)”, accusò direttamente il Presidente della Repubblica, costringendolo alle dimissioni. La stampa tradizionale la attaccò, l’establishment cercò di isolarla. Lei rispose senza tentennare: «Il giornalismo non è equidistanza, è la scelta di chi stai ascoltando mentre gli altri guardano altrove». 

Una pioniera imperfetta, ma necessaria 

Camilla Cederna era figlia della borghesia colta milanese, non ne uscì mai del tutto. Vestiva con gusto, frequentava ambienti privilegiati, e non si spacciava per radicale. Ma dentro quelle contraddizioni c’era qualcosa di autenticamente rivoluzionario. Era consapevole della propria posizione: «Non sono una pasionaria, sono solo una signora beneducata che fa domande impertinenti». Eppure, proprio da lì, da quella “educazione borghese”, trovò la forza di rompere i codici, soprattutto quelli femminili.

Quando parlava di donne, lo faceva con tenerezza e lucidità. In un articolo del 1970 scrisse: «Ci si aspetta che le donne stiano in silenzio o parlino d’amore. Ma le vere donne moderne parlano di banche, di prigioni, di processi. E sanno cosa costa farlo». Il suo tono non era militante e per più di un aspetto portava avanti un femminismo liberale: oggi sappiamo che, come donne, siamo valide allo stesso modo sia quando parliamo d’amore che di politica e che le due cose non sono binari paralleli.  

A Cederna va anche riconosciuta la lucidità della consapevolezza del suo status sociale, la sua voce ed il suo cognome le davano un potere che molte altre non avevano e non lo ha sprecato: l’ha usato per parlare di corruzione, di ingiustizie, di morte e di verità. 

Oggi Camilla Cederna non è letta quanto meriterebbe. Eppure, la sua lezione è più attuale che mai. In un’epoca in cui il giornalismo è spesso diviso tra isteria social e neutralità complice, lei resta un esempio di rigore, ironia e coraggio. Ha dimostrato che una giornalista può parlare di moda e poi smascherare la corruzione, può osservare le signore dei salotti e interrogare il potere. Ha fatto tutto questo senza mai chiedere il permesso, né scusarsi per occupare spazio. Alle giovani giornaliste di oggi lascia una consegna precisa: non c’è bisogno di essere perfette, basta essere oneste, curiose ed ostinate. E ricordare, come scrisse una volta: «Una donna che scrive è ancora un disturbo. Ma non possiamo permetterci di essere tranquille». 

Leggi anche: Giangiacomo Feltrinelli: l’anniversario dell’assassinio dell’editore rivoluzionario

Tags
  • #Camilla Cederna
  • #femminismo
  • #giornalismo
Alice Gaudino
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