
Non sono soltanto numeri, ma una vera e propria “guerriglia” di corsia. Il quadro tracciato in occasione della Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari dallo studio survey nazionale presentato dalle federazioni nazionali delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione FNO, TSRM e PSTRP è a dir poco allarmante. In Campania, durante il solo 2025, infatti, sono stati registrati ben 319 episodi di violenza ai danni del personale sanitario. Un dato dinanzi al quale non è possibile chiudere gli occhi, e che fotografa un sistema che sta attraversando una vera e propria crisi, in cui la violenza fisica e verbale è il risultato il più delle volte della fragilità e della rabbia manifestata dai pazienti e dalle famiglie.
Stando a quanto emerso dalle indagini condotte, infatti, nel mirino di queste aggressioni fisiche e verbali ci sarebbe principalmente il settore pubblico, nell’ambito del quale si verifica la stragrande maggioranza di episodi: ben 261 casi – a fronte dei soli 58 rilevati all’interno delle strutture private. Un dato che desta un campanello d’allarme non indifferente, che da un lato delinea in maniera ben definita il perimetro di rischio, e dall’altro accende i riflettori sulla condizione nella quale versano le strutture ospedaliere regionali e sulla costante pressione che vivono sulle loro spalle.
Per quanto riguarda, invece, le vittime, non si registrano particolari distinzioni: ad essere coinvolte in queste aggressioni sarebbero stati 231 uomini e 240 donne. Il dato che maggiormente fa riflettere, invece, è quello dell’età media degli aggrediti: la fascia più colpita è quella tra i 30 e i 39 anni – 178 soggetti – seguita immediatamente dopo dai 126 professionisti compresi tra i 40 e i 49 anni; 95 tra i 50 e i 59 anni; infine, sole 44 vittime sono riconducibili alla fascia d’età over 60.
Ma non è tutto. Una simile ondata di ostilità travolge soprattutto il personale infermieristico, che si ritrova a pagare il prezzo più alto di una simile situazione. Del resto, gli infermieri aggrediti sono ben 245, ai quali si aggiungono circa 113 medici chirurghi. Un’aggressione la cui natura molto spesso è multipla: nella maggior parte dei casi – pari a 393 – si tratta di violenza verbale, ossia di minacce e di insulti. Tuttavia, non mancano di certo anche le aggressioni fisiche, che hanno determinato gravi lesioni e addirittura danni alla proprietà: si trattano di ben 167.
Ancora, lo studio pubblicato pone l’accento anche su un altro fattore sul quale è impossibile non riflettere: la violenza non risparmia nessun comparto, tra professionisti della riabilitazione e tecnici, front-office e sicurezza. Sono 16, infatti, i dipendenti amministrativi, e 50 tra guardie giurate e autisti di ambulanza. Inoltre, interessante notare come il luogo più pericoloso si conferma, ancora una volta, il Pronto Soccorso, che è stato teatro di ben 123 episodi di aggressioni. Secondo le statistiche, seguono le aree di degenza e le zone comuni, nelle quali sono stati riscontrati rispettivamente 57 e 19 casi.
Ancora, l’inchiesta ha svelato anche un dato sociologico a dir poco preoccupante, sul quale non possiamo non porre l’attenzione: sono stati gli stessi utenti-pazienti a colpire, pari a ben 197 casi. In altri 119 episodi, invece, la violenza è scaturita da familiari, caregiver o conoscenti, spesso esasperati dalle attese o dalle condizioni cliniche dei congiunti. Sono solamente tre i casi nei quali gli aggressori sono stati estranei alle dinamiche cliniche. A tal proposito, stando a quanto illustrato dai promotori della survey, “il numero delle segnalazioni è inferiore al numero totale degli operatori coinvolti perché spesso un singolo episodio colpisce più lavoratori contemporaneamente”.
Insomma, una fotografia a dir poco allarmante, che non può non animare il dibattito sulla sicurezza negli ospedali. Nonostante, infatti, la normativa abbia inasprito a dismisura le pene per tutti coloro che aggrediscono il personale sanitario, i dati confermano che la deterrenza, da sola, il più delle volte non è affatto sufficiente. Risulta necessario, dunque, un intervento strutturale e capillare, che intervenga attivamente sulla gestione dei flussi nei Pronto Soccorso.
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