
Il Campania Libri Festival, fiera dell’editoria, ha visto la sua quarta edizione. Anche quest’anno ha avuto luogo nella meravigliosa cornice del Palazzo Reale di Napoli, in piazza Plebiscito.
Quest’anno il Campania Libri Festival ha incentrato la grafica e il messaggio contenutistico, e anche il fil rouge delle giornate di festival, al numero quattro. Questo simbolo fa riferimento all’edizione alla quale quest’anno è giunto il festival, per poi diventare un pretesto simbolico sul quale veicolare un messaggio.
La letteratura è il centro, è «il trionfo della non-materia» sui sensi, come dichiara Ruggero Cappuccio, Direttore artistico Fondazione Campania dei festival. I quattro lati della dimora regale napoletana rappresentano in maniera astratta una dimensione di scoperta nella quale navigare, confrontandosi, facendo politica (in quanto collegamento attivo con la vita pubblica e comunitaria) attraverso la letteratura.
Il festival quest’anno ha rinvigorito la presenza di edizioni per l’infanzia. Dare spazio ai piccoli lettori e alle piccole lettrici diventa fondamentale in un momento storico nel quale la cultura si dimostra e si conferma un mezzo insostituibile per affrontare la realtà delle cose.
«Vogliamo che diventino persone ben piantate su due gambe, certo: capisco. Ma, forse, nel mondo grande e terribile che rischiamo di lasciare loro, serve soprattutto che abbiano la capacità di liberarsi, di guizzare, di saltare qua o là su una gamba sola, di svoltare e di ricominciare. Conoscere gli schemi, ma saper andare anche fuori degli schemi», queste le parole del Curatore editoriale Campania Libri Festival, Massimo Adinolfi, a sottolineare l’importanza della letteratura nella comprensione di sé e della vita ma, forse soprattutto, nel questionare e porre in analisi critica ogni cosa.
Alae Al Said è una scrittrice italo-palestinese e studentessa di diritto internazionale che, insieme a Monica Ruocco ha presentato nella Sala Ultima Pagina il suo ultimo romanzo. “Il ragazzo con la kefiah arancione” è un romanzo di formazione ambientato ad Al Khalil (nota come Hebron), in Cisgiordania, ove i due giovani protagonisti, Loai -un ragazzino dai capelli arancioni- e Ahmad, vivono la fase delicata della prima adolescenza tra bullismo, voglia di affermarsi, sogni e l’occupazione israeliana. In particolare, il romanzo di Al Said è un omaggio alla fabbrica di kefieh presente ad Al Khalil dal 1961 e sopravvissuta all’occupazione israeliana del ‘67 e al massacro del ‘94, unica fabbrica in Palestina a produrre kefieh, storico simbolo della cultura palestinese.
«Ho voluto rendere omaggio a questa fabbrica perché, oggi, mandare avanti un progetto economico è una lotta, in Palestina. Ogni volta c’è qualcuno che vuole chiudere la tua attività, che ti sradica gli ulivi. Ti rovina ciò che porta avanti la tua famiglia e questa è una verità in Palestina. Quindi una fabbrica che sopravvive, resiste. E il palestinese è un popolo molto attaccato ai simboli, per esempio quello della kefiah. Deve far capire alle persone “io esisto e io sono sempre esistito” da qui parte, ad esempio, uno dei simboli più potenti che è la chiave. La chiave come simbolo del ritorno, per l’esodo forzato che ancora oggi vediamo: più di 900.000 persone hanno dovuto lasciare la propria città e la propria casa», racconta l’autrice.
«La narrativa è importante», prosegue: «Restituisce i sentimenti. Soprattutto la forma del romanzo e della poesia, perché probabilmente riescono a farci ipotizzare cosa prova l’altro. Forse la mia speranza è che qualcuno possa ritrovarsi in uno dei miei personaggi per vivere assieme loro cosa vuol dire occupazione. Perché solo quando vivi assieme a me la mia storia, allora riuscirai a lottare per i miei diritti. Fin quando mi sentirai uno sconosciuto, un estraneo che vive una storia che non è tua allora non lotterai mai per me».
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