
Napoli, Palazzo Reale. Non poteva esserci cornice più evocativa per parlare di terra, di radici e di futuro. “Campania Mater 2025” ha visto seduti intorno allo stesso tavolo esperti, imprenditori, istituzioni, cittadini. Un centinaio e più di voci, ognuna con il proprio accento, convocate per una sfida concreta: immaginare che cosa diventerà l’agricoltura campana in un tempo in cui tutto cambia, dal clima ai mercati.
Il presidente della Regione Vincenzo De Luca ha aperto i lavori, l’assessore Nicola Caputo li ha chiusi. Caputo ha ribadito un concetto che, se ci pensiamo, contiene un piccolo paradosso. L’agricoltura, spesso considerata attività “antica”, diventa laboratorio di innovazione, sostenibilità e salute.
I promotori hanno scelto tre direttrici, tre aggettivi quasi simbolici: sostenibile, generosa, futura. Sostenibile, innanzitutto. Parola che rischia di sembrare inflazionata, ma che in questo contesto prende corpo. Si è parlato di cambiamento climatico, di pratiche agricole capaci non solo di produrre ma anche di preservare. Generosa, perché la Campania è terra che produce eccellenze riconosciute nel mondo. Una “DOP Economy” è stato definito il sistema che lega mozzarella di bufala, pasta di Gragnano, vini e ortofrutta. Infine futura. Ed è forse la direttrice più intrigante, quella che ha messo in campo collegamenti notturni con ristoratori e buyer dall’altra parte dell’oceano. Una Campania che non si accontenta di custodire la propria tradizione, ma vuole esportarla.
Vale la pena soffermarsi su un punto: la centralità dei prodotti a marchio. La mozzarella di bufala, la pasta, i vini, più che cibi sono emblemi identitari. Durante l’evento, a diversi imprenditori è stato riconosciuto il merito di aver portato il nome della Campania nel mondo: De Martino, Garofalo, Mastroberardino, Rago, De Nigris, Rummo, Caputo. Nominarli non è esercizio di cronaca, ma riconoscere che senza ambasciatori concreti, il made in Campania resterebbe confinato ai mercati rionali.
Qui, però, la riflessione si allarga. Perché se è vero che il cibo è economia, è altrettanto vero che è salute. E la salute, come ci ricorda la storia, non è mai neutra. A Campania Mater si è discusso proprio di questo, sotto la guida dell’immunologo Mauro Minelli e con l’apporto di altri studiosi. Ne è nato un protocollo tra l’ASL di Caserta e l’Assessorato all’Agricoltura. Un patto per educare i bambini a mangiare bene, con prodotti locali, creando così una filiera della salute che parte dalla terra e arriva alla mensa scolastica.
I dati parlano da soli, ma solo se li leggiamo con attenzione. Il settore agroalimentare, nel suo complesso, vale il 13% dell’economia regionale. L’export ha toccato i 5,7 miliardi, più che raddoppiato in dieci anni. Numeri che fanno impressione, soprattutto se pensiamo al peso che hanno nella bilancia economica di una regione spesso raccontata per le sue difficoltà. Eppure, proprio qui, l’agricoltura biologica copre il 20% della superficie agricola e quasi il 40% delle imprese è guidato da donne. Un dettaglio che non è solo statistico. Un chiaro segno che il futuro passa anche da una leadership femminile sempre più presente.
Un evento come questo non poteva fermarsi ai bilanci. Perché il cibo, prima ancora che merce, è rito sociale. Così, la prima giornata si è conclusa con “Sorsi Legali”, una degustazione che univa buon vino e test alcolemici, quasi a ricordarci che la gioia non è in contraddizione con la misura. Ma il momento forse più significativo è stato il pranzo solidale con la Caritas Campania. Quattrocento persone sedute allo stesso tavolo, non più numeri ma volti. Un gesto semplice, eppure altamente simbolico: la ricchezza della terra può diventare strumento di inclusione.
Tutto questo ha trovato sintesi in un volume: “Campania Mater. Il Modello Campania per il cibo che verrà”. Un titolo ambizioso, quasi programmatico. Curato da Nicola Caputo con Teresa Del Giudice e Alex Giordano, raccoglie il contributo di 160 esperti. Non è solo un libro, ma un manifesto – direi quasi un atto politico-culturale. L’idea di fondo è chiara: fare della Campania un modello, un laboratorio da cui partire per pensare all’agricoltura europea del futuro.
Parlare di cibo in Italia significa sempre parlare di molto di più: di paesaggio, di memoria, di identità. Campania Mater ha mostrato che l’agricoltura non è solo settore produttivo, ma racconto collettivo. È l’arte di trasformare la terra in cultura, il passato in futuro. E se davvero la Campania saprà farsi guida in questo percorso, allora quel titolo, “Mater”, avrà trovato il suo senso più profondo: madre generosa, capace di nutrire non solo i corpi, ma anche le coscienze.
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