
Come altri fenomeni che destano allarme sociale e contrapposizioni ideologiche, anche la narrazione di quello che avviene nei penitenziari procede per strappi e ondate emotive sull’onda di singole notizie che permettono di sostenere una tesi o l’altra. Proviamo a ragionare su una parte di questa complessa realtà, cioè sul tema detenuti e lavoro, partendo da alcuni dati e dalle analisi svolte da chi studia queste problematiche ogni giorno.
Dall’ultimo rapporto del Garante Regionale del dicembre 2025, erano presenti in Campania 7.826 detenuti, di cui 2.106 lavoranti (1.955 alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria e 151 alle dipendenze di soggetti esterni), ai quali vanno aggiunti 202 detenuti ammessi al lavoro esterno; complessivamente dunque (escludendo il regime di semilibertà che comprende anche altre casistiche) circa il 29% dei detenuti era impegnato in percorsi lavorativi. Un numero insufficiente soprattutto se guardiamo alla quota di detenuti impegnati con soggetti esterni (circa il 4,5%) e se consideriamo in generale gli impatti positivi di queste esperienze.
Tra gli studi condotti a livello nazionale possiamo citare quello della Bocconi, che nel 2024 rilevava come le esperienze di lavoro riducono dal 90% al 10% il rischio di recidiva (cioè di reiterazione di reati ed il conseguente ritorno in carcere); un dato eclatante che rende evidente la necessità di una mobilitazione, tanto che nello stesso anno anche il CNEL si è interessato al tema presentando un disegno di legge volto a migliorare il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti.
Il convegno nel quale la Bocconi ha presentato lo studio menzionato era intitolato “Misurazione d’impatto e recidiva. Valutare gli interventi per l’inclusione sociale”: un giusto invito ad un approccio basato sui dati e su modelli rigorosi che proviamo a seguire con le nostre poche conoscenze in merito. Dovendo valutare un ipotetico progetto per il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti, tra gli Outcome (cioè i risultati diretti) potremo inserire la disponibilità di una entrata mensile, mentre nell’Impatto (effetti più a lungo termine e/o indiretti) troveremo la possibilità di un atteggiamento meno diffidente del mondo esterno verso questo tipo di progetti. Due elementi non da poco in alcuni contesti caratterizzati da forte disagio socio-economico, dove assicurare un reddito e mostrare un’esperienza concreta in cui lo Stato funziona può favorire il contrasto ad una cultura dell’illegalità ancora molto diffusa e radicata.
Quindi ci mettiamo subito a lavorare e prepariamo il maggior numero possibile di progetti di lavoro in carcere? Sicuramente non sarebbe una cattiva idea, ma a patto di evitare alcuni rischi come quello di portare avanti progetti di corto respiro, cioè che funzionano per due o tre anni ma poi si fermano quando terminano le risorse: un danno enorme soprattutto sulle aspettative di queste persone che, dopo aver visto uno spiraglio di luce, si trovano di nuovo nel tunnel della rassegnazione e della sfiducia.
Come sempre la conclusione è un invito a lavorare insieme: se associazioni, fondazioni, cooperative sociali, imprese ed altre realtà interessate al tema vogliono ottenere risultati devono unirsi tra loro e dialogare con i soggetti pubblici di riferimento costruendo progetti organici.
Altro rischio da non trascurare è quello che il progetto, sia pure costruito benissimo e sostenuto da professionalità e competenze, si areni al momento del confronto con il mondo esterno, di cui fanno parte non solo gli appartenenti alla cerchia più ristretta della persona detenuta, ma anche tutti gli altri che a vario titolo potrebbe incontrare sulla sua strada portandosi lo stigma del proprio passato: imprenditori ai quali chiedere un lavoro, colleghi con i quali condividere spazi e relazioni, clienti da rassicurare e conquistare. Come sempre la conclusione è un invito a lavorare insieme: se associazioni, fondazioni, cooperative sociali, imprese ed altre realtà interessate al tema vogliono ottenere risultati devono unirsi tra loro e dialogare con i soggetti pubblici di riferimento costruendo progetti organici. In caso contrario, resteremo prigionieri della sfiducia e del pregiudizio.
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a cura di Tommaso D’Alterio
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