
Lo scorso 9 ottobre ho avuto modo di partecipare ad una presentazione della prossima edizione dell’America’s Cup, che come è noto si svolgerà a Napoli nel 2027. Un evento sportivo di grande rilevanza (probabilmente il più importante ospitato da una singola città dopo le Olimpiadi), le cui dimensioni sono state raccontate a partire dai numeri dell’ultima edizione svolta a Barcellona: quasi mezzo milione di persone arrivate per la manifestazione, circa un miliardo di euro di impatto complessivo. Altrettanto significative le previsioni per la prossima edizione che vedrà impegnati sei team, ciascuno dei quali composto da circa 150 persone con rispettive famiglie che dovranno rimanere a Napoli per parecchi mesi, richiedendo beni e servizi appartenenti ad oltre 140 categorie merceologiche. Numeri impressionanti di fronte ai quali le comunità e i territori dovrebbero tenere le antenne ben dritte.
Il primo effetto suggerito da questi dati è una enorme visibilità mediatica per una città che negli ultimi anni si è già guadagnata spazio in reportage e documentari diffusi ai quattro angoli del globo (senza contare i milioni di selfie e stories a tema Napoli), con tutte le opportunità ma anche i rischi del caso, soprattutto in termini di stratificazione di stereotipi e di banalizzazione della nostra identità. Probabilmente saranno proprio questi effetti negativi a prevalere se le tante persone in arrivo non saranno accompagnate anche dalle numerose realtà non profit, che ogni giorno con professionalità e competenza valorizzano musei, chiese, archivi, tradizioni artigianali, identità linguistica e culturale. Dovrebbero essere loro a raccontare la “nuova Napoli” e non friggitorie senza storia e spesso senza nemmeno il rispetto delle più elementari regole igienico-sanitarie.
Centrale in questo evento è l’area di Bagnoli, di fronte alla quale si troverà il campo di regata. Per consentire non solo lo svolgimento delle regate ma tutta l’attività preparatoria e collaterale (ospitalità ai team, accoglienza degli spettatori, attività logistiche, eccetera), è necessaria una imponente ristrutturazione dell’ex polo industriale che è già stata sintetizzata con l’impegnativa definizione di rigenerazione urbana. Un’etichetta che ormai capita di leggere sempre più spesso quando si presentano importanti progetti di trasformazione urbanistica, ma che a Napoli non ci trova impreparati perché dalla Sanità ai Quartieri Spagnoli e oltre abbiamo esperienza di processi nati dal basso, che hanno portato non solo economia ma anche inclusione e legalità. Buone pratiche da recuperare e valorizzare per un un’area che attende da decenni una nuova partenza dopo “la dismissione”.
Tra i numeri snocciolati dai responsabili dell’evento quello dei volontari da reclutare, circa 2.500 persone da impegnare in attività varie durante le regate, a terra nel villaggio America’s Cup e nel settore media. Un’opportunità non solo per i nostri giovani, ma anche per realtà varie del Terzo Settore che dopo la manifestazione si troveranno di fronte una platea di potenziali risorse con competenze ed esperienza di lavoro in team. Una bella occasione per un settore che (non solo al Sud) negli ultimi anni fatica ad attrarre volontari e da sempre non riesce ad avere nelle proprie strutture un’adeguata dose di professionalità.
In conclusione, l’approccio più efficace verso questo tipo di manifestazione sembra essere lo stesso di un bravo navigatore: non sottovalutare le nubi che possono sempre comparire all’orizzonte, ma nemmeno evitare la navigazione in mare aperto per paura che qualche nostro compagno ci possa portare fuori strada. In altri termini, tenendo gli occhi bene aperti ma ponendosi in un approccio di ascolto con l’intera platea di stakeholders (che deve essere naturalmente ricambiato), il Terzo Settore campano può condurre con soddisfazione questa nuova tappa del suo viaggio.
di Tommaso D’Alterio
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