
Sfiancata da innumerevoli notizie che ci mettono agli ultimi posti del livello di occupazione e di reddito, la gran parte di chi vive nei nostri territori ha maturato la convinzione che in Campania non ci siano imprese, anche se nel frattempo tanti imprenditori e manager si adoperano per smentire questo luogo comune. Infatti, basta sfogliare gli studi dei principali centri di ricerca per trovare evidenza della forza di settori come l’agroalimentare, l’abbigliamento, l’aerospazio e l’automotive (noti come “le quattro A”), ai quali si sono aggiunti negli ultimi anni altri comparti, come quello farmaceutico.
Realtà alle quali sta stretta anche la retorica delle eccellenze (che, si sa, fanno rima con eccezioni), visto che stanno spingendo i tassi di crescita del Mezzogiorno ad un ritmo superiore a quello del Centro-Nord. Una tendenza che, se venisse confermata, in futuro aprirebbe scenari impensabili fino a pochi anni fa rispetto ad un divario che sembrava ormai strutturale.
Con queste premesse verrebbe da pensare che la strada sia tutta in discesa; eppure, c’è ancora tantissimo da fare, a partire dal fatto che la maggior parte di queste aziende non è conosciuta sui territori, con una serie di impatti negativi ad esempio su molti giovani, convinti del fatto che per trovare un lavoro di qualità debbano spostarsi al Centro-Nord o all’estero. In questa sede però ci interessa approfondire soprattutto il tema rispetto al Non Profit, cioè alla sua capacità di instaurare con le realtà imprenditoriali un rapporto che sia non solo di reciproca utilità in termini di crescita e visibilità, ma che generi vero impatto nelle rispettive comunità.
I principali ostacoli ad un corretto rapporto tra il Non Profit campano e le aziende del territorio risiedono in fattori che probabilmente incidono anche in altri territori, a partire dal diverso background professionale e culturale di chi lavora in queste realtà, per cui chi è impegnato in un Ente Non Profit tende spesso a guardare il mondo aziendale come una realtà fatta di scarsa attenzione ai lavoratori e all’ambiente, mentre al contrario molti imprenditori e manager considerano i loro dirimpettai come persone pregiudizialmente ostili alle ragioni dell’impresa e del libero mercato.
Questa reciproca diffidenza viene poi ulteriormente accentuata quando un Ente Non Profit ed un’Azienda si incrociano per il possibile supporto ad un progetto, senza che questa potenziale collaborazione sia stata adeguatamente preparata. Il probabile esito negativo convincerà l’ente Non Profit che i propri pregiudizi fossero corretti, e l’Azienda che sia meglio tenere a distanza le realtà interessate solo ad ottenere fondi come se si trovassero di fronte ad un Bancomat.
Sembra evidente che con queste premesse non si faccia molta strada. Dunque, come spesso avviene quando ci troviamo in un punto morto, può essere utile porsi da un’altra angolazione cercando anche di guardare altrove per trovare idee dalle quali attingere. Uno dei filoni più interessanti degli ultimi anni, portato avanti da grandi realtà internazionali come Oak Foundation, è quello del “core funding”, cioè il sostegno ad un’organizzazione attraverso la copertura dei suoi costi strutturali e organizzativi, anziché quelli per la realizzazione di specifiche attività, correggendo le distorsioni causate da decenni di “progettifici”.
Ebbene, piuttosto che attendere il momento in cui anche i nostri Bandi pubblici e privati inizieranno a seguire questa logica, perché non provare a rivedere il rapporto tra Enti Non Profit e Aziende del territorio? Non più partner mordi e fuggi per un comunicato stampa o una photo opportunity dopo una bella serata, ma alleati a lungo termine perché entrambi interessati alla crescita economica e sociale delle proprie comunità di riferimento. Sarebbe un bel primato per un territorio dove la creatività non è mai mancata, e anche l’innovazione sociale trova da sempre terreno fertile.
Di Tommaso D’Alterio
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