
Come ricordato nella precedente puntata di questa rubrica, l’anno appena iniziato sarà caratterizzato nella nostra Regione da importanti eventi sportivi, mai arrivati prima in Campania, e da una nuova amministrazione che muoverà i suoi primi passi dopo aver generato forti aspettative di discontinuità. Entrambi gli elementi porteranno cambiamenti che a loro volta modificheranno la percezione all’interno e all’esterno, e dunque il Non Profit campano dovrà non solo cercare di incidere su questi processi provando ad indirizzarli verso un impatto positivo, ma anche sorvegliare la narrazione partendo dalla consapevolezza dei rischi che si corrono.
Il primo rischio è naturalmente quello del luogo comune, sempre in agguato in un territorio come il nostro ricco di problemi talvolta atavici: il degrado, l’illegalità, il ritardo rispetto alle zone più sviluppate del paese, l’incapacità di fare rete. Tutti elementi reali ma che possono diventare un facile rifugio per il giornalista obbligato a realizzare un pezzo con la dose minima di negatività, senza la quale l’algoritmo e lo share rischiano di restare pericolosamente inattivi. Il rischio è doppio per il Non Profit che, in questo quadro a tinte fosche, si trova spesso a fare la fine del soprammobile decorativo, essendo piazzato come “bella storia” consolatoria che restituisce un minimo di speranza al lettore/spettatore ma senza raccontare tutto il resto, cioè la fatica del presidio quotidiano e l’impegno costante per rimanere fedeli ai propri valori.
L’eccessiva semplificazione e la velocità che scade in superficialità sono ormai malattie endemiche del nostro tempo, ma possono diventare un rischio concreto quando una storia viene raccontata dai media nazionali, croce e delizia di chiunque abbia un ruolo attivo in una comunità e quindi anche per il Non Profit. Ovviamente è un meccanismo naturale cercare il canale più forte e diffuso come fonte di visibilità, autorevolezza e prestigio, ma talvolta quando il sospirato obiettivo è stato raggiunto si rimane con una sorta di amaro in bocca perché riceviamo un quadro sfocato realizzato da un autore con poco tempo e poco spazio; oppure nonostante il blasone la risonanza è minore di quella che ci attendevamo perché magari il target di pubblico è diverso da quello che ci interessa. Cosa fare dunque per evitare di trovarci solo una polverosa raccolta di vecchi trofei?
Viste le premesse la risposta sembra quasi scontata, cioè prestare la giusta attenzione alla grande platea (dove naturalmente ci sono tanti giornalisti che lavorano con scrupolo e professionalità e riescono ad offrire un output corretto ed efficace), ma coltivare anche altri canali che possono garantire maggiore vicinanza al nostro contesto e conoscenza diretta dei problemi. Fortunatamente nella nostra Regione gli esempi positivi non mancano, a partire da questo giornale che, utilizzando il modello della free press, ha creato una comunità di soggetti che a vario titolo hanno deciso di impegnarsi per la crescita civile e sociale della nostra comunità attraverso il lavoro di un gruppo di giovani attivi da tanti anni nel giornalismo indipendente.
Da segnalare anche altre esperienze come FADA Collective ed IRPI Media, piattaforme che operano a livello nazionale ma al cui interno lavorano anche persone di grande valore, provenienti dal nostro territorio e che talvolta ci sono ritornate dopo importanti esperienze internazionali, contribuendo alla creazione di canali alternativi alla stampa mainstream.
Infine, da non dimenticare chi lavora nel campo della media literacy (cioè l’educazione all’uso critico e consapevole dei media) come Marea Media, organizzazione indipendente nata dal desiderio di mettere in discussione le narrazioni distorte sul Sud Italia e sul Mediterraneo attraverso progetti nelle scuole, storytelling di comunità e altre attività per l’accesso al sapere e agli immaginari collettivi. Insomma, è tempo di mettere in soffitta i vecchi quadri polverosi perché le alternative non mancano.
di Tommaso D’Alterio, Direttore Generale Fondazione Enrico Isaia e Maria Pepillo
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