
Cosa sta succedendo ai Campi Flegrei? Tra paura, allarmismo e previsioni, abbiamo intervistato il Professore Aldo Zollo, docente di Sismologia alla Federico II di Napoli per fare chiarezza e descrivere cosa stiamo vivendo in questi giorni complessi.
Giorni di paura per la popolazione interessata allo sciame sismico di questi giorni nell’area dei Campi Flegrei: mentre si conclude lo sciame sismico iniziato il 20 maggio, ne inizia un altro con la scossa di magnitudo 3.6 del 22 maggio. Sul fronte delle Istituzioni, dopo dei primi momenti di spaiamento – cosa ingiustificata – il governo ha stanziato 500 milioni di euro per la messa in sicurezza degli edifici dei Campi Flegrei. Si valuta anche aiuti economici a chi decida di andare via definitivamente.
La Protezione Civile ha predisposto un Piano speditivo di emergenza per fronteggiare il rischio bradisismo ai Campi Flegrei. Il Piano definisce le procedure da mettere in atto in caso di aggravamento del bradisismo in due diverse zone di intervento e in base a tre scenari di diversa criticità. Bisogna capire se le infrastrutture reggeranno nel caso.
Intanto però, anche noi di Informare, abbiamo deciso di capirci di più su quello che sta succedendo ai Campi Flegrei. In modo diretto, abbiamo contattato il Professore Aldo Zollo, Docente di Sismologia presso l’Università Federico II di Napoli.
«L’attività sismica dei Campi Flegrei è strettamente connessa alla deformazione del suolo in atto nella parte centrale della caldera e che produce un sollevamento che aumenta ad una velocità di 2 cm al mese. Proprio l’esperienza pregressa dell’ultimo anno ci mostra che, ad un periodo di riduzione della velocità del moto del suolo (ottobre-novembre 2023) è corrisposta una diminuzione dell’attività sismica, sia in numero che magnitudo massima. Poi ad inizio anno, il suolo ha ripreso il sollevamento con velocità importanti (fino a 2 cm/mese) e conseguentemente l’attività sismica. Come nel semplice modello meccanico di una piastra in flessione, la tensione causata dalla deformazione a campana degli strati superficiali della struttura calderica si accumula nelle zone di maggior debolezza che corrispondono alle faglie (fratture geologiche) originate nella storia millenaria del vulcano e che per lo più bordano il volume risorgente. Quando queste tensioni raggiungono i livelli critici di resistenza, si innescano le fratture lungo le suddette zone di debolezza, e la loro dimensione areale insieme al valore di tensione iniziale determina la magnitudo del terremoto. Anche la forma caratteristica ellittica, a grande scala, della distribuzione degli epicentri dei terremoti riflette la forma areale dell’area deformata, che per certi versi è simile alla distribuzione della sismicità nel precedente episodio di bradisismo del 1982-1984».
«La causa della deformazione non è identificata in modo univoco ed entrambe le ipotesi, o una combinazione delle due può essere addotta come modello esplicativo, senza però un riscontro diretto dai dati. Non abbiamo, in epoca strumentale, evidenze dirette dei segnali emessi da un’intrusione magmatica che si avvicina alla superficie terrestre nella caldera flegrea. L’ultima eruzione è accaduta nel 1538 ed ha dato luogo al Monte Nuovo vicino Arco Felice. Ma quanto osservato su altri vulcani attivi, ed anche la ricostruzione storica di quanto accaduto prima dell’eruzione di Monte Nuovo, ci indica chiaramente che dovrebbero essere osservate anomalie nei segnali sismici, nei dati gravimetrici, di temperatura, di deformazione, e nella composizione dei gas in superficie, che non sono attualmente rilevate. Invece l’enorme mole di dati geofisici, geodetici e geochimici quotidianamente raccolti grazie alle moderne reti di osservazione operate dall’Osservatorio Vesuviano (sezione dell’Istituto di geofisica e Vulcanologia) ci evidenzia che non esistono segnali che indichino la presenza o migrazione di magma a piccole profondità rispetto al livello profondo di stazionamento (circa 8 km) a cui si trova il principale serbatoio, scoperto grazie agli esperimenti di esplorazione sismica del 2001, condotti e guidati dal nostro gruppo di ricerca alla Federico II.
Negli esperimenti del 2001 non è emersa la presenza di serbatoi magmatici superficiali, mentre era evidente una zona di accumulo di gas intorno ai 3 km di profondità. Sono passati 23 anni, c’è la possibilità che una frazione piccola del magma sia risalita e si sia messa in posto a profondità di 4-5 km di profondità come sembrerebbe indicare uno studio tomografico recente. Il quale però utilizza dati della crisi attuale fino al 2022 e una configurazione sorgenti-ricevitori non ottimale per rilevare la presenza e delineare volumi magmatici a quelle profondità».
«Il vulcano dei Campi Flegrei è un sistema geologico naturale multi-rischio, dove è possibile la manifestazione contemporanea o differita del rischio associato alla deformazione del suolo, all’occorrenza dei terremoti e all’eruzione vulcanica, talvolta in processi di innesco mutuo o indipendente. A mio parere nei Campi Flegrei il rischio maggiore oggi è quello legato all’occorrenza dei terremoti ed è necessario far fronte all’emergenza sismica per rassicurare la popolazione circa la capacità di resistenza delle case in cui vivono. Il limitato danneggiamento degli edifici causato dai terremoti più forti registrati nell’area in questo ultimo anno sembra indicare che globalmente il patrimonio edilizio resiste bene. L’attuazione dello specifico decreto per l’analisi a tappeto della vulnerabilità degli edifici nell’area a maggiore rischio sismico ed il censimento di quelli più vulnerabili per un possibile intervento di adeguamento è la strada che si sta percorrendo e che dovrebbe tranquillizzare la popolazione».
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