
Una terra aspra, ma allo stesso tempo dal fascino sublime. Da un lato, il territorio dei Campi Flegrei è dominato dalla paura – scaturita dall’intensificazione della crisi bradisismica, soprattutto durante gli ultimi mesi. D’altronde, con l’incubo della caldera e con le frequenti turbolenze del suolo si convive, qui, dalla notte dei tempi. Tuttavia, il territorio flegreo non è soltanto stretto dalla morsa del panico e dell’angoscia: dall’altro lato, infatti, ospita anche meraviglie naturali e storiche incantevoli, che non hanno eguali in tutto il mondo. Ed è proprio su questa anima duale dell’area flegrea che gioca la mostra “Campi Flegrei, la terra ardente. Di Luigi Spina“, che dal prossimo 20 novembre – l’inaugurazione è prevista per le ore 11 – sino al 31 gennaio 2026 donerà un nuovo splendore alle stanze del Museo Archeologico dei Campi Flegrei e del Castello di Baia a Bacoli.
Infatti, attraverso ben 25 fotografie – raccolte all’interno di un volume che prende il titolo dall’omonima mostra, edito da 5 Continents Edition e che accompagnerà l’esposizione fino alla fine – Luigi Spina analizzerà la complessità geografica stratificata dell’area. Lo scopo, del resto, consiste proprio nello studio del magico ma fragile equilibrio che domina un luogo del genere, nel quale convivono, tra mimetismo e contraddizioni, bellezze figlie di Madre Natura, antiche rovine risalenti ad epoche diverse e occupazione urbana. Insomma, si trattano di ritratti che vanno ben oltre la visione del Grand Tour di Sette-Ottocento. Una chiara ed emblematica dimostrazione ne è l’ultima fotografia del volume: un’auto in sosta nei pressi di un muro romano in laterizio e, poco più avanti, si erge la facciata di uno stabile condominiale, a simboleggiare “la vita che rimescola di continuo i piani”, stando a quanto affermato dall’artista.
E il risultato? Una narrazione dura e insieme soave, all’interno della quale qualunque percezione visiva si traduce in sensazioni ed emozioni profonde. Un intenso reportage sul fil rouge dell’incredibile contrasto tra l’indomabile onnipotenza della natura e la debolezza e l’impotenza dell’umanità. Una storia dall’energia pervasiva, esplorata proprio mediante questi scatti – selezionate per la mostra al termine di un’intensa attività di ricerca iniziata nel 2020, proprio in questo straordinario territorio situato nell’area nord-ovest della provincia di Napoli.
25 immagini che ritraggono luoghi scoperti da Spina proprio mentre girovagava per le colline nei dintorni di Baia, in direzione di Cuma – la prima colonia fondata dai Greci sulle rive del Mediterraneo occidentale – riflettendo sulla mirabile armonia realizzata nei Campi Flegrei proprio dalla compresenza tra l’archeologia e il contemporaneo. Tra questi, si segnalano posti dalla fama indelebile come la Grotta della Dragonara, la Piscina Mirabilis, il Teatro di Miseno, l’Anfiteatro Flavio a Pozzuoli, il Tempio di Apollo – situato lungo le sponde del Lago Averno – e i Templi di Venere e Diana. Insomma, si trattano di siti che riflettono proprio la costante sfida con un territorio in continua trasformazione che l’uomo, dal basso della sua debolezza, ha abbracciato con tutto sé stesso.
Non a caso, infatti, “Se il paesaggio dei Campi Flegrei fosse musica sarebbe sicuramente jazz“, ha evidenziato il direttore del Parco Archeologico dei Campi Flegrei Fabio Pagano. Insomma, un paesaggio che si sviluppa attraverso “una straordinaria sequenza di armoniche dissonanze”, “un ritmo sincopato”, e, dunque, segue “un andamento marcatamente swing”. Ecco perché, di conseguenza, tutto ciò che è antico nei Campi Flegrei è destinato ad essere contemporaneo: “In questo luogo, sempre vissuto, le ‘rovine’ sono gli accenti che scandiscono il ritmo della vita delle persone”, prosegue Pagano.
Ma non è tutto. Anche Luigi Spina, infatti, ha inteso raccontare ai microfoni la propria esperienza – durata ben sei anni – affermando quanto i Campi Flegrei siano stati attraenti, stimolanti ma, allo stesso tempo, anche sinonimo di sfide. Del resto, l’artista si è sempre distinto per essere un vero e proprio “archeologo della memoria“, da sempre a caccia del fascino mitico e rigenerante – seppur temporaneo e sfuggente – dei Campi Flegrei.
“La mattina presto o il tardo pomeriggio, in cinque anni, ho percorso vie diverse per avvicinarmi e allontanarmi da questa terra. Le rovine archeologiche, lungo la via da Bacoli verso Pozzuoli, si inframezzano con edifici industriali abbandonati, con infrastrutture che, in alcuni casi, hanno avuto brevi esistenze. Lungo la strada domina il litorale marino contaminato da questo hardware tecnologico ormai spento. La nostra prospettiva, la nostra via di fuga, verso il cosiddetto ‘progresso’ ha generato nuovi ruderi che si inframezzano con il passato”, ha spiegato il fotografo di Santa Maria Capua Vetere, argomentando come tutto ciò abbia contribuito ad un ridimensionamento della struttura del luogo. Ciò ha dunque determinato l’esigenza di una nuova cartina geografica, che si snoda tra resti archeologici e nuovi insediamenti industriali abbandonati o alla fitta. Una realtà che, per essere fotografata a dovere, deve essere studiata e compresa in tutte le sue innumerevoli sfaccettature.
Insomma, appare evidente come la mostra suggerisca di intraprendere la strada della ricerca del senso di una terra magica che è impossibile che non lasci a bocca aperta chiunque le si avvicini. Del resto, “nella sua ricerca Luigi Spina fa questo senza limitare l’inquadratura per evitare l’inevitabile segno di quella nota – apparentemente – stonata. In questo modo una sequenza di foto può diventare una partitura, una traccia per interpretare una terra, una musica per immagini”, ha evidenziato Pagano.
In effetti, è proprio la continua successione di discordanze e di equilibri a rendere l’idea dello spirito più autentico dei Campi Flegrei. Un territorio dove la terra ribolle sotto i piedi, il tempo e lo spazio sembrano non avere confini e, dunque. Insomma, un luogo che emana una magia unica non perché sfoggiata o sbandierata ai quattro venti, ma piuttosto perché caratterizzata da quell’accento contrastante mai occultato dall’artista, ponendo così le basi per un processo rigoroso nel quale la rappresentazione del “bello” cede il passo alla scoperta del “senso”.
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