
Altro giro, altra corsa a vuoto, altra restrizione. È di pochi giorni fa la notizia di un emendamento introdotto nel ddl sicurezza Piantedosi che rende illegale la lavorazione e la vendita di tutti i prodotti derivanti dalla pianta di canapa. Non parliamo soltanto di articoli “da fumo” (foglie, infiorescenze, resine), ma anche di quelli legati ai settori dell’erboristeria, della cosmesi, del florovivaismo. Dopo la decisione del governo Meloni di cui sopra, ciò che ha attenzionato di più l’opinione pubblica è stata la diretta conseguenza per la cannabis light, che diventa dunque vietata al pari di quella tradizionale. Un duro colpo per un mercato da circa 500 milioni di euro annui e 11mila posti di lavoro in Italia, che, se le cose dovessero rimanere invariate, sarebbe costretto a chiudere i battenti. “Scelta dettata dall’ideologia della destra di combattere la droga“: si potrebbero sintetizzare in quest’unica frase le dichiarazioni di tutti i politici di opposizione intervenuti sulla questione, ma è doveroso ricordare che la riforma italiana sulla legalizzazione della cannabis, così come per l’eutanasia, è un tabù non soltanto per la classe conservatrice del nostro paese, bensì per la maggior parte dei cosiddetti “progressisti”.
Luca Fiorentino, CEO di Cannabidiol distribution, intervistato da Ansa, ha dichiarato che “se l’ideologia non fa da padrona, si può trovare una giusta mediazione tra tutte le parti chiamate in causa”. Ma a chi appartiene questa ideologia del no alla cannabis e alle droghe leggere? Sicuramente al governo odierno di centro-destra che guida l’Italia, i cui esponenti di spicco hanno più volte manifestato la totale contrarietà alle proposte di legge e riforma arrivate negli anni in merito alla legalizzazione. È probabile però che le stesse idee e gli stessi pregiudizi appartengano anche a deputati, senatori e uomini facenti parte della sinistra: infatti, nonostante il tema inerente la cannabis sia argomento dibattuto nel nostro paese ormai da decenni, nemmeno i governi a tinte progressiste hanno centrato l’obiettivo di un cambio di direzione a favore della libera vendita. A margine di quanto affermato fino ad ora, l’ipotesi più plausibile (personale ed opinabile) è che in Italia, su issue come cannabis ed eutanasia, non ci sarebbe differenza di opinioni tra destra, sinistra e centro politico (fatte le dovute e chiare eccezioni), ma tra generazioni.
L’Italia ha una popolazione con un’età media abbastanza alta rispetto agli altri paesi europei, quasi 50 anni, e la maggior parte dei suoi cittadini è cresciuta nell’epoca del tradizionalismo e del conservatorismo della penisola, corrispondente in buona parte anche alla forte dedizione per la religione e la Chiesa, a cui ha sempre fatto paura ogni tipo di innovazione. Esisterebbe dunque differenza tra idee generazionali: i vecchi e gli anziani di oggi continueranno a vedere non di buon occhio novità come la legalizzazione delle droghe leggere o la libertà di un soggetto di decidere di morire, cose di cui fino agli anni Novanta era anche vietato parlare nel nostro paese. I “giovani”, una classe in cui potremmo far rientrare tutti gli individui fino ai 34-35 anni, costituiscono il gruppo favorevole, forse l’unico, ai cambiamenti sopra citati. Ovviamente, ci saranno molte controtendenze in entrambe le fasce d’età prese in considerazione. Se domani ci fosse un referendum sulla libera vendita della cannabis o sull’approvazione dell’eutanasia, non è così scontato che vincerebbe il sì, perché è tutta l’Italia ad avere complessivamente ideali conservatori, non solo il suo governo.
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