
Il Falerno è un vino difficile da descrivere e recepire in pochi secondi, con un passato ben più complicato di quello che solitamente si lascia intendere: è un simbolo, una storia che si tramanda da millenni. Mettendo da parte la mitologia, secondo cui il vino sarebbe stato un regalo del dio Bacco agli uomini, il Falerno rappresentava una scelta strategica: per contrastare l’egemonia dei vini dell’Egeo, si era deciso di crearne uno nuovo, tutto romano. Un vino che è stato, a tutti gli effetti, la prima DOC della storia, il primo a esser esportato con un’etichetta. È stato, inoltre, un prodotto spartiacque tra la vecchia viticoltura e quella moderna, nonché il primo vino prodotto anche da una donna, in un’epoca in cui ne era proibito persino il consumo. Con Antonio Papa, proprietario dell’azienda agricola Gennaro Papa s.a.s. di Falciano Del Massico, abbiamo parlato della sua azienda e di come la produzione di vino sia intrinsecamente legata al territorio.
L’azienda agricola Gennaro Papa s.a.s. ha radici che affondano nel tardo Ottocento, con l’acquisizione di numerosi terreni che un tempo appartenevano ad alcune famiglie nobili napoletane. La produzione partì in maniera variegata: uva, olio, ma anche capi di bestiame, grano, fino ad arrivare alla produzione di legname. Nel corso del tempo, con la progressiva parcellizzazione delle proprietà, si è giunti a Gennaro Papa, che all’età di quarant’anni comincia a investire in questo territorio; poi, a partire dalla metà degli anni ’90, subentra Antonio Papa, l’attuale proprietario, che ci dice: «Oggi l’azienda può contare su un paio di primati. Il primo è essere stata la prima nell’area sud-est del Monte Massico, dal punto di vista della qualità del Falerno rosso primitivo, a puntare sulla valorizzazione di questa uva. Il secondo primato è che ancora oggi mantiene inalterato il record del vigneto più antico della zona, che arriva a 130 anni di vita. Il terzo è che per anni Gennaro Papa ha puntato sulla localizzazione delle vigne, finendo a concentrare le proprie produzioni non in modo generico o gerarchico su un paese, ma in modo più chirurgico su microaree».
«Caserta gode sempre di una maglia nera, perché dal punto di vista produttivo siamo ultimi in regione Campania – ci dice Antonio – Non dal punto di vista qualitativo perché è cresciuta moltissimo e può competere con altre aree, ma sicuramente dal punto di vista del marketing: siamo sempre un po’ più in ombra di quella che può essere Napoli, oppure Salerno». Nel corso degli anni gli sviluppi sono stati evidenti, a partire dall’aumento del numero di cantine presenti e attive sul territorio, e la produzione è cambiata radicalmente: «Spesso e volentieri ci troviamo davanti a titolari di aziende con una laurea, due lauree, e a volte non basta neanche; bisogna imparare le lingue straniere, bisogna sapere tessere i rapporti con tanti cittadini del mondo perché il vino viaggia; bisogna saper parlare a tante culture, a tante età; bisogna saper raccontare pure i territori. Sento sempre parlare di una parola che mi stuzzica, che tutti si sono messi sulla bocca: territorio. Hanno intuito le potenzialità di questa parola, che però può essere un’arma a doppio taglio se non la si sa tradurre bene: se parlo di territorio, pensando che è solo il posto dove abito, dove mangio e dove lavoro, non serve a niente; il territorio è tutto: è civiltà, è passato e presente, è ecologia, è rispetto, tradizioni; è visione futura, è potenzialità, ma soprattutto è etica».
Non si parla solo di produzione, ma anche di diffusione dei vini campani in Italia e nel mondo. Mentre alla fine degli anni ’90 la carta dei vini di un ristorante campano era composta ugualmente al 90% da prodotti provenienti da altre regioni, adesso la loro diffusione oscilla tra il 50% – nel peggiore dei casi – e l’80. Nonostante ciò, «ancora guardiamo fuori: siamo fatti così, la nostra storia ci insegna così, perché il popolo campano è fatto così. Sappiamo essere bravi di cuore, però spesso siamo cattivi proprio con noi stessi. Questa terra è bella, ma noi l’abbiamo disprezzata, perché le abbiamo dato poco valore».
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