
Le accuse riguardano i reati di favoreggiamento e peculato in relazione al rimpatrio di Osama Njeem Almasri, comandante della prigione libica di Mitiga, noto per essere ricercato dalla Corte Penale Internazionale (CPI) per crimini di guerra e contro l’umanità.
La procura di Roma ha avviato un’indagine nei confronti della Premier Giorgia Meloni, del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, del Ministro della Giustizia Carlo Nordio e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano.
Osama Njeem Almasri, leader della milizia Rada e capo della polizia giudiziaria di Tripoli, è stato al centro di un’intricata vicenda giudiziaria. La CPI aveva emesso un mandato di arresto nei suoi confronti il 18 gennaio 2024, accusandolo di essere responsabile di omicidi, torture e violenze sessuali nel carcere di Mitiga, dove sono stati documentati 34 omicidi e lo stupro di un minore. Secondo i giudici internazionali, Almasri avrebbe personalmente partecipato a crimini atroci, tra cui l’uccisione di detenuti e l’ordine di torture sistematiche.
Arrestato a Torino il 19 gennaio, Almasri è stato successivamente rilasciato dalla corte d’appello, che ha rilevato un vizio di forma nella procedura di arresto. Nonostante il mandato della CPI, il governo italiano ha proceduto con l’espulsione di Almasri, firmata dal ministro Piantedosi, e il suo rimpatrio in Libia tramite un volo di Stato il 21 gennaio. Una mossa che ha scatenato polemiche e critiche, sia a livello nazionale che internazionale.
La denuncia che ha portato all’apertura dell’indagine è stata presentata dall’avvocato Luigi Li Gotti, ex sottosegretario di Italia dei Valori e noto per aver difeso importanti pentiti di mafia negli anni ’80. Li Gotti accusa Meloni, Piantedosi, Nordio e Mantovano di aver favorito illegittimamente la fuga di Almasri, non rispettando gli obblighi di cooperazione con la CPI. In particolare, si sostiene che il governo abbia agito in modo improprio, utilizzando un aereo della Presidenza del Consiglio per rimpatriare un individuo ricercato per crimini internazionali.
Le accuse di favoreggiamento riguardano il presunto aiuto fornito ad Almasri per evitare la giustizia internazionale, mentre quella di peculato è legata all’uso di risorse pubbliche (il volo di Stato) per un’operazione considerata illegittima.
La decisione di rimpatriare Almasri ha sollevato un vespaio di polemiche. La CPI ha espresso forte disappunto, accusando l’Italia di non aver rispettato gli obblighi derivanti dallo Statuto di Roma. Anche a livello nazionale, l’opposizione e diverse organizzazioni per i diritti umani hanno criticato duramente il governo, definendo il rimpatrio di Almasri un “regalo” a un presunto criminale di guerra.
La premier Meloni però si sbaglia su un punto. Nessun avviso di garanzia, ma una comunicazione di iscrizione che è in sé un atto dovuto perché previsto dall’art. 6 comma 1 della legge costituzionale n. 1/89, come ha provato a chiarire l’Associazione Nazionale Magistrati
Giorgia Meloni, in un video diffuso sui social, ha difeso le azioni del governo, sostenendo che Almasri è stato espulso perché considerato “pericoloso” per la sicurezza nazionale. Tuttavia, le spiegazioni non hanno placato le critiche, soprattutto alla luce delle gravi accuse mosse dalla CPI. Ora si aspetta un suo intervento in aula.
La palla passa ora al tribunale dei ministri, che ha 90 giorni per completare le indagini. Al termine di questo periodo, le opzioni sono due: l’archiviazione del caso, che non sarebbe impugnabile, o l’invio della richiesta di autorizzazione a procedere alle Camere. La decisione avrà implicazioni significative non solo per i singoli indagati, ma anche per la credibilità internazionale dell’Italia in materia di diritti umani e cooperazione giudiziaria.
Il caso Almasri rappresenta un banco di prova delicato per il governo Meloni, già sotto pressione per le critiche legate alla gestione dei flussi migratori e alle relazioni con la Libia. Mentre l’indagine procede, il dibattito politico e giuridico si intensifica, con interrogativi etici e legali che rimarranno al centro dell’attenzione nei prossimi mesi. La vicenda solleva domande cruciali sul rispetto degli impegni internazionali e sulla trasparenza delle decisioni governative in materia di giustizia e sicurezza.
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