
Capodanno è sempre più vicino. Così, in attesa della festa più rumorosa e “pericolosa” d’Italia, anche la camorra si prepara ad adattare le proprie entrate. E lo fa con tutti i mezzi possibili, e, se necessario, anche spostando uomini, mezzi e risorse. Del resto, è ormai risaputo: i fuochi d’artificio – i cosiddetti “botti” – rappresentano un vero e proprio ramo dell’economia nera – e in particolare della camorra – particolarmente redditizio. Dunque, alla luce dei guadagni incommensurabili frutto della vendita della “polvere nera” – al pari di quelli prodotti dalla “polvere bianca”, ossia dal commercio di cocaina – ogni anno vengono dirottati sempre più spacciatori, i quali finiscono per proseguire le proprie attività illecite nell’ambito del settore dei fuochi d’artificio.
Non a caso, stando alle stime e alle indagini effettuate dagli inquirenti, la filiera illegale dei fuochi d’artificio – considerata in tutte le sue fasi, a partire da quella della produzione per arrivare allo stoccaggio e, infine, alla distribuzione al dettaglio – assume un valore pari ad “oltre 30 milioni di euro“. E, di fronte a una simile somma, la camorra non è certo rimasta indifferente: durante gli scorsi mesi di settembre e ottobre, infatti, ha provveduto senza esitazione a ricercare i posti più adatti per ospitare delle vere e proprie “fabbriche sotterranee“. Industrie disseminate ovunque, persino nei luoghi più improbabili: all’interno delle case, di sottoscala e persino di box auto. Il tutto – come è lecito aspettarsi – alla più totale insaputa dei proprietari, che si ritrovano a essere coinquilini di silenti “bombe ad orologeria”.
In fin dei conti, l’organizzazione che presiede all’interno del settore è “svizzera“. Ci sono gli addetti all’acquisto e all’accumulo delle materie prime, e chi è invece addetto alla vigilanza. Successivamente, durante le fasi finali – che prevedono il confezionamento degli ordigni esplosivi – vengono impiegati disperati: vite al limite, disoccupati, schiacciati da debiti che non sono più in grado di ripagare e perciò disposti a tutto pur di servire il piatto a tavola per loro stessi e per le loro famiglie. Finanche a mettere in gioco la propria pelle.
E’ sufficiente sfogliare le pagine dei numerosi quotidiani nazionali, del resto, per accorgersi di quanto la cronaca nazionale sia satura di eventi che hanno rappresentato drammatici epiloghi per la vita di tanti individui. In fondo, non basta viaggiare con il ricordo troppo tempo addietro: l’ultima tragedia risale a quasi un anno fa – 18 novembre 2024 – quando la terribile esplosione della fabbrica di fuochi d’artificio sita a Ercolano – precisamente, in via Patacca – pose fine alla vita di ben tre individui.
A seguito di quel triste incidente, ancora più inquietanti furono le dichiarazioni degli artificieri dei carabinieri, i quali riferirono – secondo quanto riportato dalla redazione de Il Corriere del Mezzogiorno – che quel laboratorio ospitava la produzione di “ordigni micidiali, per quantità e qualità, equiparabili a delle armi da guerra”. E ancora, “il rischio di polvere pirica trattata male, quindi pericolosa, esiste, è concreto, come emerge anche dai sequestri di fabbriche abusive specializzate in questo settore”, proseguono gli inquirenti. Ancora fresco, all’epoca, era un altro episodio simile che precedette il disastro di Ercolano: una quindicina di giorni prima, infatti, teatro di un altro caso simile ma dalle conseguenze meno drammatiche fu Quarto. Tuttavia, si trattano di parole più che attuali, che risuonano potenti ancora oggi.
A fronte di un simile quadro, sorge spontanea una domanda: una volta prodotti, dove vengono conservati tutti questi esplosivi? Che fine fanno? Come asserito dagli stessi investigatori, non esistono grandi depositi. Dunque, “un sequestro mirato sarebbe troppo dannoso per il clan. Si punta sui microdepositi. Persino la casa di una coppia di pensionati va bene”. Ecco dunque cosa si è disposti a fare per un guadagno che ammonta a 100 o 200 euro: si accetta finanche il rischio di morire da un momento all’altro – poiché basta una minima scintilla per generare un’esplosione o comunque per mettere a repentaglio un intero edificio. Tuttavia, di fronte al denaro, la camorra non guarda in faccia nessuno: se ciò può rappresentare un serio rischio d’impresa, gli eventuali morti o feriti non costituirebbero altro che un danno indiretto.
Infine, è la volta della fase della vendita. Arriva presto, infatti, il momento di mobilitare le varie maestranze della camorra, che immediatamente provvedono a disporre punti vendita del tutto improvvisati all’angolo delle strade. E, a tal proposito, di sicuro l’influenza delle piattaforme social gioca un ruolo preminente al fine di concludere la distribuzione al dettaglio. Stando a quanto individuato dalla polizia Postale, tra tutti i canali mediatici quello prediletto dalla camorra è senza ombra di dubbio Telegram: è proprio lì, d’altronde, sono stati sorpresi migliaia di mercatini online di botti. Il meccanismo è molto semplice: si invitano i clienti attraverso link segreti – per evitare qualunque sorta di rischio possibile.
Ora è chiaro che il buon senso civico ci suggerirebbe di non acquistare quei botti, proprio per non alimentare un simile mercato nero. Ed è, inoltre, lo stesso messaggio chiave che viene veicolato da numerose iniziative sociali promosse da medici e forze dell’ordine soprattutto tra le mura scolastiche, al fine di incentivare la diffusione di una certa cultura della legalità volta a porre un freno a delle simili azioni.
Ma, ciononostante, la vendita dei fuochi illegali prosegue indisturbata. Anzi, sembra addirittura suscitare un certo appeal presso un po’ tutte le classi sociali. E, pur di generare interesse e curiosità nei potenziali acquirenti, alcuni prodotti finiscono anche per generare dei brand. Basti pensare, infatti, ai nomi più fantasiosi e attraenti – provenienti particolarmente dall’attualità o dal mondo del calcio – che sono stati inventati. Il celeberrimo “Pallone di Maradona“, accanto alla “Bomba Cavani” oppure alla “Bomba Spread”, sono soltanto tre tra innumerevoli altri esempi. Ecco, dunque, come i nomi dei calciatori più amati di tutti i tempi dai napoletani finiscono per essere attributi ai congegni esplosivi più pericolosi della storia.
Adesso, pare che stia già viaggiando tra i tanti banchetti illegali una certa “Bomba Gaza“, dal prezzo che si aggira tra i 40 e i 100 euro. Tuttavia, se si aspetta qualche giorno prima di Capodanno per acquistarla, gli “sconti” potrebbero terminare: il costo potrebbe infatti superare persino i 200 euro. Insomma, una cifra blu, che sorprende ancora di più alla luce della spesa piuttosto contenuta che la creazione di un ordigno del genere richiede.
Ma ciò non è nulla: i clan sono infatti ormai in grado anche di effettuare piani a lungo termine e, quindi, di evitare che la merce rimanga “a terra” – per usare un’espressione polare. Per arginare, dunque, il rischio dell’invenduto, la camorra ha già pensato a tutto: è così, del resto, che ha trovato una soluzione facile e al tempo stesso geniale. I negozianti sono “caldamente invitati” ad acquistare un kit di fuochi misti. E a quanto ammonta il pizzo da sostenere? Corrisponde a 50 euro. Si tratta di una cifra indubbiamente non particolarmente esosa, ed è quindi sufficiente per fruttare cospicui guadagni ma al tempo stesso nulla di troppo eccessivo, sfuggendo al pericolo di un’ipotetica denuncia legale.
Insomma, un quadro dalle mille criticità, che evidenzia come serpeggi all’interno del tessuto sociale partenopeo una vera e propria “omertà supina“. Un’accondiscendenza incondizionata, che deriva in primo luogo dalla scarsa coscienza dei propri diritti, e che induce automaticamente alla silente accettazione di condizioni di vita illegali. Perché, del resto, ormai è risaputo: la camorra è il cancro della società, che, pur di soddisfare la propria insaziabile sete di ricchezza, aggredisce le cellule sane e già malate, senza risparmiare nessuno.
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