
Napoli ha un talento antico, quasi genetico, per il teatro della vita. E questa volta, il palcoscenico è quello nobile del Museo e Real Bosco di Capodimonte, che dal 24 luglio al 2 novembre 2025 ospita un evento di rara suggestione: “Capodimonte Doppio Caravaggio”. Una mostra, a ingresso gratuito con il biglietto ordinario, che si presenta come una meditazione pittorica sull’umano dolore, la potenza della forma, la vertigine della verità.
Una mostra piccola, dicono. Piccola per numero di opere, certo. Ma in realtà colossale per il suo significato. Due opere di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio – il genio fuggitivo, il pittore dannato, l’uomo in fuga perenne dai suoi stessi demoni – vengono messe a confronto nella Sala 62 del secondo piano, uno di quegli spazi in cui la storia sembra fermarsi a respirare. L’iniziativa, non a caso, si inserisce nelle celebrazioni per i 2500 anni dalla fondazione di Neapolis, e non poteva esserci scelta più calzante per evocare l’intreccio tra luce e ombra che è Napoli stessa.
L’indiscusso protagonista della mostra – uso il termine non a caso – è l’”Ecce Homo” attribuito a Caravaggio, una tela la cui storia pare uscita da un romanzo ottocentesco. O, se preferite, da un noir contemporaneo. Databile tra il 1606 e il 1609, il dipinto è stato ritrovato nel 2021 in un appartamento madrileno, con la placida etichetta di “scuola di Ribera” e un prezzo d’asta di 1500 euro. Qui, si potrebbe ridere se non fosse tragico: il capolavoro di un maestro mondiale, venduto per una somma da saldo. Ma – come sempre accade quando la verità scalpita sotto la superficie – la tela ha presto attirato l’attenzione degli esperti, che, quasi all’unanimità, ne hanno riconosciuto la mano inconfondibile del Merisi. Una volta attribuito, lo Stato spagnolo ha fatto ciò che doveva: blocco dell’esportazione, tutela immediata. È stato poi acquistato da un filantropo britannico residente in Spagna, rimasto (per ora) anonimo, e già protagonista di mostre di successo, dal Prado a Palazzo Barberini.
Ma ora torna a Napoli, dove probabilmente fu dipinto. E questo ritorno ha il sapore di una giustizia poetica, un risarcimento ideale alla città che accolse Caravaggio nel suo ultimo, drammatico periodo di vita. Dietro questo arrivo c’è la determinazione del direttore Eike Schmidt, che ha visto nella ricorrenza dei 2500 anni una chiave per convincere i prestatori, e anche una narrazione più profonda: quella della memoria che si ricuce.
A fare da contraltare al peregrino Ecce Homo c’è una tela che a Capodimonte vive da decenni, pur appartenendo al Fondo Edifici di Culto: la “Flagellazione di Cristo”, datata 1607. Un’opera magistrale, carica di pathos e tensione trattenuta, originariamente destinata alla Cappella De Franchis nella chiesa di San Domenico Maggiore. Anche questa, reduce dalla grande mostra “Caravaggio 2025” a Roma, torna subito a Capodimonte per affiancare il quadro “ospite”. Un incontro, potremmo dire, tra due fratelli separati dal tempo e dalla storia, ma che ora, in questa mostra, si guardano – in un dialogo visivo di rara intensità.
E c’è un terzo incomodo, un altro “Ecce Homo”, ma questa volta opera del napoletano Battistello Caracciolo, uno dei più fervidi seguaci del Merisi. Il suo dipinto, che giaceva finora nei depositi del museo, è ora esposto nella stessa sala, e il confronto si fa ancora più intrigante. Non mancano, tra gli studiosi, ipotesi audaci: una supervisione diretta di Caravaggio sull’opera di Battistello? Forse. Di certo c’è la vicinanza stilistica, quella luce tagliente, quella costruzione teatrale dello spazio che è cifra caravaggesca per eccellenza. Anche in questo caso, le linee si fanno simbolo, le figure si fanno domande.
“L’Ospite” è il nome del ciclo espositivo di cui questa mostra fa parte: un’idea brillante, pensata per offrire al pubblico un racconto denso e curato in spazi limitati, mentre il museo è impegnato nei lavori di riqualificazione. Piccole mostre, grandi opere: questa è la logica. E funziona. Negli ultimi mesi, Capodimonte ha già ospitato capolavori di Rubens, Carracci, Courbet. Ora è il turno di Caravaggio.
La mostra è anche, lo si capisce bene, una celebrazione per Napoli stessa. All’inaugurazione, accanto a Schmidt, c’erano il Sindaco Gaetano Manfredi e Laura Valente, direttrice artistica del programma Napoli2500. Una città che non si accontenta di guardare al passato con nostalgia, ma che lo rilegge, lo interroga, lo mette in scena. In autunno, si annunciano performance teatrali dedicate al Merisi, e a breve – dicono – sarà lanciata anche una mostra di arte contemporanea per chiudere l’anno. Una città che, con i suoi 2500 anni, non ha ancora finito di stupire.
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