
Il nostro ordinamento prescrive che per i cosiddetti lavori “in quota”, svolti ad un altezza superiore ai 2 metri, sia obbligatorio indossare il caschetto di sicurezza. Eppure tale premura, che tra l’altro sempre più spesso risulta essere insufficiente per la sicurezza dei lavoratori, non viene rivolta ai detenuti.
“Carcere in quota”, sarebbe una bella iniziativa. È quella che ha ironicamente ispirato diverse associazioni, tra cui Libera, Liberi di Volare e Antigone, che si sono ritrovate fuori il Palazzo di Giustizia di Napoli per richiamare l’attenzione sulle condizioni dei detenuti nelle carceri italiane. Ha presenziato insieme a loro anche il garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello.
Da tempo in Campania si denunciano le condizioni pietose in cui i detenuti sono lasciati, fra sovraffollamento, violazioni continue dei diritti umani e condizioni di vita assolutamente insalubri.
Il tasso di sovraffollamento in Campania, si aggira fra il 150 e il 170%, percentuali che rischierebbero di portare l’Italia ad essere nuovamente condannata dalla CEDU per la violazione dei diritti umani dei carcerati.
“C’è una legge – ha rimarcato il garante Ciambriello – che impone a chi lavora a due metri da terra di indossare il casco per motivi di sicurezza. A Poggioreale, nelle celle, ci sono anche nove persone e la terza branda è a due metri da terra, sotto il soffitto. Allora il ministro dia un casco ai detenuti che dormono sulla terza branda. Lo diciamo per attirare l’attenzione sui diritti e sulla dignità. Il carcere è un non luogo dimenticato e di mera segregazione“.
Insomma, maggiori tutele, più sicurezza, più attenzione per i nostri detentuti, questo le associaizoni chiedono al sistema carcarario italiano. Un sistema che allo stato attuale non facciamo fatica a definire fallito, e ciò viene al meglio rappresentato dai dati sulla recidiva; più del 50 % dei detenuti, una volta usciti ricomincia a delinquere. A questo punto è necessario domandarsi dove sia finita e a chi realmente interessi la tutela dell’art. 27 della nosta Costituzione, che dispone “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
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