
La recente approvazione della norma che prevede fino a due anni di carcere per chi blocca il traffico come protesta rappresenta un grave attacco alle libertà fondamentali. In un colpo solo, il governo ha deciso di reprimere con brutalità le legittime espressioni di dissenso, trasformando ogni manifestazione pacifica in un atto criminale.
Sotto il fuoco incrociato delle critiche, il governo non ha fatto un passo indietro. Anzi, l’approvazione delle commissioni Giustizia e Affari costituzionali della Camera ai primi 11 emendamenti del “pacchetto sicurezza” ha gettato benzina sul fuoco. L’undicesimo emendamento, ribattezzato “norma anti-Gandhi”, prevede pene detentive da sei mesi a due anni per chi “impedisce la libera circolazione su strada ordinaria o ferrata ostruendo la stessa con il proprio corpo, se il fatto è commesso da più persone”. Un attacco diretto non solo agli eco-attivisti, ma a chiunque osi mettere in discussione lo status quo.
Le reazioni non si sono fatte attendere. Associazioni e opposizioni hanno immediatamente alzato la voce, denunciando una «deriva illiberale». Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha lanciato l’allarme: «Siamo di fronte al forte pericolo di modifiche peggiorative a un quadro legislativo già critico dal punto di vista dei diritti umani. Diversi emendamenti presentati da esponenti della maggioranza, se approvati, restringerebbero ulteriormente gli spazi di protesta pacifica e criminalizzerebbero coloro che protestano».
Non è solo la pena detentiva per chi blocca il traffico a preoccupare. La proposta di Igor Iezzi, deputato leghista, di inasprire le pene per chi protesta in modo “minaccioso o violento” contro le grandi opere infrastrutturali, come il Tav Torino-Lione o il ponte sullo Stretto, introduce circostanze aggravanti che potrebbero portare fino a venti anni di carcere. «Questa è una norma pericolosa perché criminalizza il dissenso. È una norma pensata specificatamente contro un target: i giovani eco-attivisti. E, in questo senso, ancora più pericolosa. Perché in realtà tutte le forme di protesta, che di solito vengono dalle minoranze, in una democrazia solida, compiuta e matura, dovrebbero essere protette. Perché sono l’essenza della democrazia», ha commentato Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone.
Non si può ignorare il quadro desolante che queste norme dipingono. Diversi dispositivi rischiano di creare un effetto deterrente sull’esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali da parte delle persone. Le sanzioni previste per il blocco del traffico, la violenza contro i pubblici ufficiali o l’occupazione di immobili sono sproporzionate e minano il principio di proporzionalità delle sanzioni penali. Noury ha aggiunto che il possibile ampliamento del Daspo urbano o la configurazione del reato di violenza privata per chi impedisce l’accesso a spazi aziendali durante uno sciopero rappresentano un ulteriore passo verso un controllo sempre più repressivo.
E qui emerge la doppia morale del governo. A differenza dei trattori o dei tassisti, le dimostrazioni non violente di chi sposa la causa dell’attivismo ambientale danno fastidio al governo. E se il traffico si blocca e si tratta di un trattore, allora in questo caso l’illecito penale non si andrebbe a configurare, ma con il corpo sì. Già nel 2018 Matteo Salvini aveva tentato di punire gli eco-attivisti con sanzioni severe, resuscitando un reato depenalizzato quasi vent’anni prima. Ora, con il nuovo ddl, si trasforma in illecito penale ciò che era solo amministrativo.
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