
Nelle carceri campane non c’è più spazio. Le strutture sono piene da tempo, ma continuano ad ospitare detenuti e a farne entrare di nuovi. È un quadro desolante che non riguarda soltanto Napoli e Caserta, ma anche le altre province. Per fornire ai lettori qualche numero basta concentrarsi sull’Istituto penitenziario di Poggioreale, dove ci sono 2138 detenuti su 1358 posti disponibili, con un tasso di affollamento pari al 157,4%; o su quello di Santa Maria Capua Vetere, con 1029 presenti per 726 posti, e con tasso di affollamento che tocca il 141,7%. Come scritto, anche Benevento e Salerno arrivano rispettivamente al 151,8% e al 154,3%. Si tratta dei dati più aggiornati attualmente a disposizione, contenuti nella Relazione Annuale del 2024 del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, presentata nell’aprile scorso al Consiglio Regionale.
Il nuovo anno è alle porte e la sensazione è che i numeri siano destinati a peggiorare. Un problema, quello del sovraffollamento, da cui ne scaturiscono altri, a cominciare dall’assistenza sanitaria carente per i detenuti, soprattutto in tema di salute mentale. Nel 2024 sono saltate più di 3mila visite specialistiche e 862 sono state negate per difficoltà logistiche e carenza diffusa di psichiatri. Questo a causa della mancanza delle ATSM (Articolazione per la Tutela della Salute Mentale), reparto distinto che si occupa di persone con gravi patologie psichiatriche. Essi si trovano soltanto a Santa Maria CV, Salerno e Secondigliano. A ciò si aggiungono i vuoti in merito alle REMS, Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza, strutture sanitarie residenziali che ospitano individui autori di reato con disturbi mentali. Ecco il riassunto di oggi della detenzione in Campania.
Il caso di Konte Allhaje, giovane gambiano morto il 10 ottobre all’ospedale Cotugno per una tubercolosi in stadio avanzato, ha acceso ancora una volta i riflettori sul trattamento sanitario riservato ai detenuti negli istituti carcerari della Campania. Allhaje stava scontando la pena a Poggioreale dall’ottobre 2024 per il reato di spaccio di stupefacenti e, secondo ricostruzioni di associazioni e compagni di cella, da luglio 2025 aveva iniziato a presentare sintomi riconducibili alla malattia: dolori, tosse, sangue dalla bocca. L’accesso alle cure sarebbe arrivato soltanto il 30 settembre, poi il ricovero e il decesso nell’arco delle due settimane successive. «La morte di Allhaje fa emergere un problema non solo di carattere sanitario, ma anche sociale. Durante il periodo di detenzione, la malattia che aveva contratto non è stata diagnosticata né curata. Inoltre, dopo la comparsa dei primi sintomi, Konte è stato sottoposto ad un periodo di isolamento, e non c’è stata data risposta sul motivo» dice ai nostri microfoni l’avv. Lucia Esposito, legale che sta seguendo il procedimento. Al momento dell’invio in stampa di quest’articolo, sono ancora in corso le indagini sulla vicenda, con un fascicolo aperto dalla Procura e con la promessa del Garante regionale di effettuare verifiche.
«Dopo il periodo di isolamento il giovane era dimagrito, debilitato. Secondo quanto riferitoci da diverse fonti, tra cui i compagni di cella, il 29 settembre le condizioni erano diventate talmente critiche da non riuscire a stare in piedi: aveva i piedi gonfi, un effetto collaterale della tubercolosi. Alcuni detenuti hanno riferito che non riusciva nemmeno più ad ingerire né cibo né acqua. Solo allora è stato trasferito in infermeria e subito dopo ricoverato» continua l’avvocato. Sul corpo di Allhaje è stata disposta l’autopsia e nei prossimi sessanta giorni i medici dovrebbero stilare i referti, grazie ai quali saranno accertati lo stato di avanzamento della malattia e le responsabilità per la mancata assistenza sanitaria. Dopo quasi due mesi dalla morte del giovane, il suo caso continua a far rumore, con la speranza che possa essere la miccia definitiva per il miglioramento della struttura di Poggioreale. «Le condizioni di detenzione lì sono penose. I detenuti denunciano continuamente la totale mancanza di servizi, una difficoltà enorme di accesso alle cure e all’assistenza medica, anche per soggetti con malattie psichiatriche e tossicodipendenti» dice ancora l’avv. Esposito.
A Caserta la situazione non è sicuramente migliore, e negli ultimi mesi l’attenzione è tutta puntata sul carcere di Santa Maria Capua Vetere, a causa della chiusura delle infermerie in alcuni reparti. A denunciarlo ad inizio novembre è stato don Salvatore Saggiomo, Garante provinciale dei detenuti, che abbiamo ospitato nella nostra redazione di Castel Volturno per fargli alcune domande. «Dal 9 luglio nell’istituto penitenziario di Santa Maria sono state chiuse diverse infermerie. Questo significa che da allora tutti i detenuti devono convergere in un’unica infermeria, incidendo sul lavoro della polizia penitenziaria, dell’amministrazione e della scorta che accompagna i carcerati all’ospedale. All’interno di quel carcere ce ne dovrebbero essere almeno 3-4 attive» racconta Saggiomo, che ha assunto il ruolo di Garante nell’aprile di quest’anno. Dopo aver effettuato delle ispezioni in tutti gli istituti penitenziari della provincia e fatto tanti colloqui con i detenuti, il Garante conferma come il problema principale sia quello riguardante l’area sanitaria: «C’è una grande carenza da parte dell’Asl, che va a toccare la salute dei reclusi. Le persone non vengono visitate, gli vengono negate terapie e non riescono a fare visite specialistiche perché mancano i medici. Le liste di attesa sono lunghissime, e ci sono stati anche casi di soggetti con malattie oncologiche non curati come si deve. Sia chiaro: è una cosa che accade anche in altre carceri, ma a Santa Maria si è arrivati al collasso».

Don Salvatore ha affermato che, confrontandosi con i suoi colleghi, la difficoltà sanitaria è ormai diffusa in tutta la regione: «Le infermerie sono piene. Il problema è la mancanza di personale, che può essere risolto soltanto attraverso nuove assunzioni, sia di infermieri che di poliziotti penitenziari. Il carcere di Santa Maria è stato anche oggetto di un’ispezione speciale da parte del CPT, Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, che ha riscontrato la carenza sanitaria. Tuttavia, è cambiato poco». Il Garante provinciale di Caserta non ha intenzione di fermare la sua battaglia, soprattutto dopo i continui ringraziamenti ricevuti dai detenuti quando va ad incontrarli in carcere. Il tutto è possibile solo perché si è liberi di denunciare: «Quando ero cappellano del carcere di Secondigliano mi sono reso conto che tante denunce non le potevo fare, essendo legato all’amministrazione della struttura. Non ero una persona libera. Da Garante invece lo sono, posso essere la voce dei detenuti» conclude don Salvatore. La dignità dell’uomo va rispettata anche in carcere. E non garantire la salute lì equivale a non rispettarla.
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