
La violenza maschile contro le donne non è un’emergenza, ma un fenomeno strutturale. Non abbiamo capito nulla dopo Giulia Cecchettin. Eppure, la risposta istituzionale fatica a trasformarsi in pratiche efficaci. Lella Palladino, attivista, sociologa e fondatrice della Cooperativa EVA, un’organizzazione di donne attive nelle politiche di genere costituitasi come cooperativa sociale nel 1999 a Santa Maria Capua Vetere, ai nostri microfoni dice che «L’Italia ha una cornice normativa avanzata, ma manca l’applicazione coerente. Si investe in misure repressive, non nella prevenzione».
«Il nostro sistema normativo è invidiato in Europa. Il problema è che resta largamente inapplicato» spiega Palladino. Il problema, sottolinea, è culturale: «Alleviamo bambini e bambine in modi diametralmente opposti, insegnando ai primi a dominare e alle seconde a curare». Una disparità che si riflette in ogni ambito, dal lavoro al welfare, e che rende l’indipendenza economica femminile un miraggio. «La violenza fiorisce dove c’è disparità» aggiunge, criticando un governo che «resuscita modelli anni ’50, limitando l’autodeterminazione femminile».
Persino le istituzioni spesso falliscono: «Magistrati, medici, poliziotti non riconoscono la violenza quando la vedono, o peggio, non credono alle donne». E così, la narrazione tossica che dipinge i carnefici come “mostri” (immigrati, tossicodipendenti, emarginati) assolve gli uomini “perbene”: padri di famiglia, professionisti. «Finché non ammetteremo che la violenza è il frutto avvelenato della nostra normalità, continueremo a seppellire ragazze uccise da fidanzati e mariti». Il problema è culturale prima che giuridico. Educhiamo ancora i bambini all’affermazione di sé e le bambine alla cura, riproducendo dinamiche di potere. Una disparità che si riflette nella società. Di cosa ci stupiamo? In un Paese dove solo il 50% delle donne lavora e il welfare è carente, l’autonomia economica – prerequisito per uscire dalla violenza – resta un traguardo lontano.
Nel nostro territorio, i progressi convivono con ostacoli radicati. «Vent’anni fa la violenza domestica era negata. Oggi è riconosciuta, ma persiste una discrepanza tra consapevolezza formale e prassi» spiega Palladino. Alcuni tribunali, come quello di Santa Maria Capua Vetere, hanno sviluppato protocolli avanzati. Altri perpetuano stereotipi: «Donne vittimizzate due volte: durante la violenza e in sede processuale, dove devono dimostrare di essere “credibili”».
«Mezz’ora prima mi hanno detto: “signora, si prepari, stiamo venendo a prenderla per portarla in un luogo protetto». Manuela Contaldo ricorda così l’arrivo a Casa Lorena, il 10 ottobre 2022, scortata dalla polizia dopo un codice rosso. Insieme a Manuela le sue cinque figlie: «Ci hanno assegnato una camera con letti e culle. La prima settimana è stata di protezione assoluta». La sua storia è un esempio di come la violenza psicologica preceda quella fisica: «Ti lega con momenti “belli” che ti illudono, poi arriva l’umiliazione. Ti convincono che sia colpa tua». Una curatrice del tribunale, infatti, le ha chiesto: «Perché ha fatto figli con lui?». Manuela è una sopravvissuta. Oggi lavora alle Ghiottonerie di Casa Lorena, un progetto della Cooperativa Eva nato a Casal di Principe, dove prepara confetture e catering con altre donne.
Casa Lorena non è solo un rifugio: è un laboratorio di riscatto. Coordinato da Concetta Schiavone, psicologa esperta nei percorsi di sostegno alle donne e ai minori, è nato in un bene strappato alla camorra. Il progetto unisce legalità, solidarietà e autonomia economica. Un modello che dimostra come l’uscita dalla violenza passi anche attraverso il lavoro. Scrivere di questa tematica come uomo è stato un atto di responsabilità. Perché il cambiamento parte dal riconoscere le radici tossiche di una cultura che ancora, troppo spesso, assolve i carnefici e colpevolizza le vittime. E perché storie come quelle di Manuela ci ricordano che un’altra narrazione è possibile.
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