
A via Domenico Cimarosa, nel cuore del Vomero, in una casa silenziosa e raccolta, è conservata la potenza di una voce che ha attraversato il Novecento con delicatezza, innovazione e libertà. Parliamo di Casa museo Roberto Murolo, cantautore, custode e rinnovatore della canzone napoletana. Un luogo che non è solo memoria fisica, ma presidio culturale attivo, animato dalla “Fondazione Murolo” e dalle iniziative dell’associazione “Napulitanata”.
«Non vogliamo che questo diventi solo uno spazio celebrativo – spiega Mario Coppeto, presidente della Fondazione – ma un punto vivo d’incontro tra tradizione e nuove generazioni, un luogo dove si respira identità». Fondata dallo stesso Murolo nel 2001, la Fondazione ha per anni lavorato su fronti accademici, tra volumi e convegni. Solo recentemente ha deciso di aprire le porte dell’appartamento al pubblico, trasformando gli spazi privati in un itinerario culturale tra arredi, strumenti, spartiti e fotografie. Il tutto con un biglietto simbolico da 5 euro, reso possibile grazie a un accordo con i proprietari dell’immobile. «Stiamo costruendo reti con scuole, università e volontari del servizio civile» continua Coppeto. «La cultura, se non si trasmette, muore e Roberto non avrebbe mai voluto questo».



Lontano dalle voci ridondanti della musica commerciale, Murolo ha scelto una strada controcorrente: ha raccolto, studiato e reinterpretato la canzone napoletana come patrimonio storico, linguistico e popolare. Il suo lavoro monumentale, 160 brani incisi in un progetto filologico senza precedenti, è diventato un riferimento per musicologi e appassionati. Eppure, i grandi riconoscimenti pubblici arrivano solo tardi: nel 1992 pubblica “Ottanta Voglia di Cantare”, un disco di duetti con artisti del calibro di Mia Martini, Adamo, Massimo Ranieri, Ornella Vanoni. Il successo è clamoroso: disco d’oro e un’ondata di rinnovato affetto da parte del pubblico. Dieci anni dopo, sul palco di Sanremo, riceve il premio alla carriera. Napoli, l’Italia e la musica gli rendono finalmente onore. «Roberto è stato un gigante silenzioso» dice Coppeto. «Un uomo libero, che non ha mai rincorso il successo, ma ha preferito la coerenza artistica».
La guida della visita, Mimmo Matania, membro dell’associazione “Napulitanata” ci conduce tra cimeli e spartiti. Ma non mancano aneddoti e curiosità: come quello che riguardano il padre di Roberto, Ernesto Murolo, autore di testi immortali come “Piscatore ’e Pusilleco” e “Mandulinata a Napule”. Per raccontare il mito di Roberto non bisogna certamente rifarsi alla storia del padre o ad eventuali intrecci di parentele. La sua forza era nell’autenticità, nella capacità di dare voce all’anima della città, attraversando i generi dal jazz allo swing negli esordi giovanili, fino al canto popolare senza mai tradire la sua identità.
Ma il lavoro della Fondazione non si esaurisce tra le mura della casa museo; al contrario, come sottolinea Mario Coppeto, l’obiettivo è tessere relazioni e aprire il patrimonio Murolo a un pubblico ampio e diversificato. «Siamo in costante dialogo con il mondo accademico, con le scuole, con le associazioni culturali» spiega Coppeto. «Collaboriamo con l’Università Federico II, che ci ha già affiancato in progetti di carattere scientifico. Ma vogliamo fare di più: il nostro sogno è creare percorsi educativi, coinvolgere gli studenti, rendere questa casa un laboratorio per la città». La Fondazione ha aperto anche alla partecipazione dei volontari del servizio civile, offrendo formazione e coinvolgimento diretto nella gestione del museo e delle attività culturali.
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