
Dopo sette anni di indagini, intercettazioni e verifiche contabili, si chiude con un’archiviazione totale l’inchiesta che aveva coinvolto 17 persone — tra attivisti, religiose, funzionari comunali e operatori sociali — nell’ambito della gestione dei fondi destinati all’accoglienza dei migranti nel casertano. Il provvedimento del Gip di Santa Maria Capua Vetere, emesso nell’autunno 2024, ha disposto l’archiviazione per tutti gli indagati, accogliendo la richiesta della Procura che ha riconosciuto l’assenza di elementi sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio.
L’indagine aveva preso avvio nell’ottobre 2018, a seguito della denuncia di un ex operatore del Centro Sociale Ex Canapificio di Caserta, struttura impegnata da anni in progetti di accoglienza e integrazione. L’operatore, in precedenza licenziato e denunciato dallo stesso centro per appropriazione indebita, aveva segnalato presunte irregolarità nella gestione dei fondi pubblici relativi ai progetti Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati).
La Procura di Santa Maria Capua Vetere, coordinata dal pm Anna Ida Capone, ipotizzò che l’Ats (associazione temporanea di scopo) formata dal Centro Sociale Ex Canapificio e dalla Comunità Rut delle Suore Orsoline avesse presentato documentazione falsa per ottenere finanziamenti ministeriali per circa 6 milioni di euro, relativi al triennio 2017-2019.

Le ipotesi di reato contestate, a vario titolo, comprendevano truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, falso e, in due casi, estorsione. Tra gli indagati figuravano: Matteo Palmisani, ex dipendente comunale e responsabile del procedimento per il Comune di Caserta; Suor Rita Giarretta, rappresentante legale della Congregazione delle Suore Orsoline – Comunità Rut; Fabio Basile, presidente del Comitato Centro Sociale Ex Canapificio; e diversi operatori e revisori del progetto Sprar.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la documentazione presentata all’allora Ministero dell’Interno avrebbe indotto in errore la Commissione di valutazione, consentendo all’Ats di ottenere e successivamente rendicontare in maniera irregolare i fondi destinati all’accoglienza dei richiedenti asilo.
Gli atti della Procura riportavano presunte discrepanze tra i migranti effettivamente ospitati e i posti finanziati (140 su 200 previsti), l’uso di strutture non conformi e il mancato controllo da parte dei revisori su spese ritenute “inammissibili” per circa 1,1 milioni di euro. Due membri dell’associazione furono inoltre accusati di aver chiesto a due dipendenti stranieri la restituzione di parte dello stipendio, per un totale di 65mila euro.
Nel corso delle indagini furono disposte perquisizioni, sequestri e intercettazioni ambientali, con controlli in tutti gli immobili utilizzati per il progetto di accoglienza. L’ex sede dell’Ex Canapificio fu chiusa e sottoposta a sequestro nel 2019. Le operazioni coinvolsero decine di militari e produssero un’enorme mole di atti, poi confluiti in un fascicolo di oltre 12mila pagine.
Gli attivisti e le persone coinvolte respinsero da subito le accuse, sostenendo che la gestione dei progetti Sprar fosse regolare e che le spese rendicontate corrispondessero ai servizi effettivamente erogati ai migranti.
L’intera vicenda si inserisce nella procedura avviata nel 2016, quando il Comune di Caserta — in qualità di ente capofila dell’Ambito territoriale C01 — deliberò la partecipazione ai bandi del Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo (Fnpsa). Dopo la pubblicazione dell’avviso pubblico, l’unica proposta presentata fu quella dell’Ats composta dal Centro Sociale Ex Canapificio e dalla Comunità Rut.
Nel 2017 venne firmata la convenzione triennale con il Comune, che prevedeva servizi di accoglienza diffusa, corsi di lingua e inserimento lavorativo per i beneficiari.
All’epoca dell’emersione dell’indagine, il caso ebbe grande risonanza politica. Esponenti di Lega e Fratelli d’Italia, tra cui i deputati Gianpiero Zinzi e Marco Cerreto, denunciarono pubblicamente l’ipotesi di una “truffa ai danni dei cittadini” e di “una gestione opaca dei fondi dell’accoglienza”.
Le associazioni coinvolte, invece, parlarono di “strumentalizzazione politica” e di “un attacco a un modello di accoglienza alternativo al sistema emergenziale”.
Nel 2024, dopo anni di verifiche e perizie contabili, la Procura di Santa Maria Capua Vetere ha chiesto l’archiviazione del procedimento, riconoscendo che non sussistevano elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio. Il Gip ha accolto integralmente la richiesta, decretando la chiusura definitiva del fascicolo per tutti i 17 indagati.
Alla conferenza stampa tenuta alla Biblioteca “Tonino Casolaro” di Caserta, i legali del collegio difensivo — Carmine Malinconico, Antonello Fabrocile e Francesco Bugliatti — hanno precisato che “non esistevano neppure i presupposti minimi per celebrare un processo”, evidenziando che nessun illecito contabile o amministrativo era stato provato.

Con il decreto di archiviazione, l’inchiesta si chiude formalmente dopo sette anni, senza alcun rinvio a giudizio. La decisione del Gip segna la fine di uno dei procedimenti più lunghi e complessi mai condotti nel casertano in materia di fondi pubblici per l’accoglienza.
L’ex Canapificio, sotto sequestro dal 2019, ha annunciato la volontà di rilanciare le proprie attività sociali con la creazione di un osservatorio a tutela dei diritti delle fasce deboli. Secondo i difensori, l’esito dell’inchiesta “dimostra che la gestione dei progetti Sprar da parte dell’Ats avvenne nel rispetto delle regole e delle convenzioni con il Comune di Caserta”. Per la Procura, invece, l’archiviazione rappresenta il punto conclusivo di un procedimento che, pur partendo da ipotesi circostanziate, non ha trovato riscontri penali.
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