
A Caserta l’estate 2025 non sarà ricordata per il suo calendario di eventi culturali, ma per un vuoto. Un vuoto che viene da lontano e che si è acuito in primavera, ad aprile, quando il Comune è stato sciolto per infiltrazioni camorristiche. Una doccia gelata – ma preventivata – per una comunità già fragile, costretta ad affrontare un commissariamento che durerà fino al 2027 e che ha spento ogni prospettiva di programmazione culturale e sociale.
Il risultato è stato un’estate sospesa, fatta di piazze spesso vuote, di una assenza dell’azione amministrativa e di incendi che hanno devastato le colline di Caserta Vecchia. Senza contare quello che succede nei comuni limitrofi, dove i roghi tossici – come quello che ha colpito il sito di stoccaggio dei rifiuti a Teano – hanno preoccupato non poco la popolazione di una intera provincia: da tempo viviamo con la sensazione di essere schiacciati da un disegno criminale che incide direttamente sulla nostra vita quotidiana. Una cornice che ha lasciato i cittadini soli, costretti a reinventarsi i propri spazi di socialità.
Oltre a questo, è ormai sotto gli occhi di tutti un problema violenza – e quindi di sicurezza – presente in città. Anche qui, questo discorso va avanti da anni: alcune strade e piazze del centro sono interessate da risse che mettono a rischio la sicurezza delle persone. Per capire come questa percezione si intrecci con l’esperienza concreta dell’estate appena trascorsa, ho scelto di raccogliere le voci di chi è rimasto in città. Soprattutto quella dei ragazzi che, rispondendo di persona o a un appello sui social, hanno raccontato come hanno vissuto Caserta durante i mesi più caldi, in particolare ad agosto. Da queste testimonianze ho capito che nell’assenza della politica, sono i cittadini – spesso giovani – a riempire il vuoto, a inventarsi piazze e momenti di condivisione.
Pasquale, 33 anni, vive a Santa Maria Capua Vetere ma frequenta Caserta quasi ogni giorno. La sua estate si è concentrata tra Villa Giaquinto e i muretti della Flora (pIazza Antonio Gramsci), dove con altri amici ha dato vita al collettivo spontaneo Whynoots: «All’inizio eravamo persone frammentate in piccoli gruppetti senza nulla da fare. Poi ci siamo messi insieme, abbiamo portato una chitarra e qualche percussione da suonare. Piano piano ci siamo conosciuti, abbiamo creato legami. È nato tutto così, senza un programma».
Per Pasquale, l’assenza di una amministrazione non è stata un ostacolo insormontabile: «Io credo che siano le persone a fare la città. Se c’è un problema, uno può mettersi in gioco e creare qualcosa di bello. Questa estate Caserta mi ha dimostrato che è possibile».
Sulla stessa linea Domenico, 32 anni. Anche lui ha vissuto gran parte delle serate tra Villa Giaquinto e la Flora: «Villa Giaquinto è stata la mia casa. È un luogo che conosco da anni, ma quest’estate è diventato ancora più importante. Per quanto riguarda la città, non c’era nulla organizzato dal Comune anche perché l’amministrazione è decaduta ad aprile. Così, con Pasquale e Claudia abbiamo deciso di agire noi: un altare con la foto di John Cena, una chitarra, e tanta voglia di stare insieme alla Flora. Nel giro di un’ora la piazza si è riempita. Abbiamo capito che i ragazzi non aspettavano altro che un’occasione per sentirsi parte di qualcosa».
Da quel 5 luglio, i Whynoots (questo il nome del collettivo spontaneo) hanno iniziato a incontrarsi ogni sera: «Non era un concerto né una festa vera e propria, ma un esperimento di comunità. Si sono create amicizie, collaborazioni artistiche, relazioni che altrimenti non sarebbero mai nate. Alcuni ci hanno detto: “Dopo i recenti episodi di violenza non volevo più uscire, ma grazie a voi ho ricominciato”. È diventato un collettivo a cielo aperto».
Marco, 23 anni, racconta un disagio profondo: «Trascorrere l’estate a Caserta è l’annichilimento dell’anima. Ogni anno vedo sempre meno persone, molti scappano e non li biasimo. Qui non ci sono spazi di aggregazione sani e questo si riflette nel malessere diffuso dei giovani. Io sopravvivo portando la fotocamera in giro: è un modo per avere qualcosa da fare e per evitare di cadere nelle solite spirali autodistruttive». Eppure, anche lui riconosce che esperienze come Whynoots hanno dato un segnale: «Dimostrano che la gente vuole vivere e ha bisogno di esprimersi. La mia speranza è che da questi momenti nasca un nuovo senso di collettività».
Accanto alle iniziative spontanee, un ruolo importante l’hanno avuto anche associazioni e realtà culturali sempre più vere alternative al vuoto lasciato dall’amministrazione.
Raffaele, 22 anni, ha partecipato con entusiasmo ad alcuni eventi organizzati da privati:
«Il From al Campo Laudato Si’ (ex Macrico) è stato bellissimo, con spazi di socialità come la postazione di scacchi o le serate disco organizzate insieme a Mono. Poi il cinema all’aperto a Villa Giaquinto, i concerti al Belvedere di San Leucio… eventi così uniscono la gente e fanno fiorire la città, che altrimenti resta spenta». Lui è convinto che questi momenti abbiano ridato fiato a Caserta: «I social, soprattutto Instagram, hanno aiutato a diffondere le informazioni. Così siamo riusciti a vivere giugno e luglio in modo diverso, prima che agosto riportasse il silenzio».
Uno sguardo diverso arriva da Carmen, 55 anni, madre e nonna, che ha trascorso agosto in città per motivi familiari: «Dal punto di vista pratico non ho avuto problemi: negozi e locali erano aperti, più degli anni scorsi. Ma la mancanza di una amministrazione si sente, soprattutto sulla prevenzione degli incendi e sul controllo del territorio. Le istituzioni non offrono nulla ai giovani e questo si vede: molti ragazzi vivono la strada come unico luogo di aggregazione, spesso con modalità sbagliate. Oggi uscire con un coltello sembra più normale che uscire mettendosi addosso un buon profumo».
Una visione dura, maturata anche dalla sua esperienza professionale nel settore educativo: «Le comunità sono piene di ragazzi coinvolti in episodi di violenza. Non sempre hanno famiglie problematiche alle spalle, spesso è solo noia e mancanza di alternative. Caserta li lascia soli».
Più leggera ma ugualmente critica la testimonianza di Carmen, 23 anni: «Sono rimasta a Caserta ma lavoravo di giorno. Alla sera non c’era quasi nulla. Ho preferito spostarmi a Santa Maria o San Tammaro, dove trovavo più iniziative come quelle proposte da Cardizone. Oppure, mi spostavo con la macchina verso i lidi di Castel Volturno dove organizzavano eventi. Mi piacerebbe che ci fossero eventi semplici, attività musicali o all’aperto, a due passi da casa, senza dover sempre prendere la macchina».
Il racconto di questo piccolo ma esaustivo mondo fatto di ragazzi che vivono davvero la città, restituisce l’immagine di una città sospesa: servizi minimi garantiti dai privati, spazi pubblici lasciati a sé stessi, un’assenza quasi totale delle istituzioni. In questo vuoto si è inserita l’energia dei cittadini, soprattutto dei giovani, che hanno inventato collettivi, cineforum, serate musicali improvvisate. Un’estate che ha mostrato, ancora una volta, il doppio volto di Caserta: da un lato la disillusione e la fuga, dall’altro la voglia di comunità. Un filo sottile che tiene viva la città, nonostante tutto, in attesa di un futuro ancora incerto.
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