
Indagini e proteste si incrociano dopo la morte di Sylla Mamadou Khadialy, cittadino senegalese di 35 anni, deceduto poche ore dopo il suo ingresso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. La vicenda, avvolta da ombre sulle cure ricevute e sulle procedure seguite, ha spinto i Garanti dei detenuti a un sopralluogo e i centri sociali a scendere in piazza, mentre la Lega locale invoca il ritiro della manifestazione.
I Garanti dei detenuti della Regione Campania, Samuele Ciambriello, e della Provincia di Caserta, don Salvatore Saggiomo, sono entrati in carcere per ricostruire l’accaduto. Dal loro resoconto emerge un quadro di criticità mediche e procedurali.
Sylla Mamadou Khadialy, fermato il 25 settembre per presunte violazioni penali, era in “stato di evidente agitazione psicomotoria” già al momento dell’arresto. Dopo il fermo, fu trasferito al pronto soccorso di Caserta, dove, secondo alcune dichiarazioni, gli sarebbe stata somministrata una terapia farmacologica, potenzialmente un sedativo.
Al suo ingresso in carcere, come spiega Saggiomo, il giovane “presentava uno stato di dissociazione dalla realtà, manifestando una forte agitazione e atteggiamenti aggressivi”. Per questo fu posto in isolamento in una cella di matricola, ma ogni tentativo di approccio da parte del personale sanitario o penitenziario, incluso un mediatore detenuto, fallì a causa della sua “eccessiva agitazione”.
Secondo il medico psichiatra del carcere, le condizioni di Sylla richiedevano un trasferimento urgente in una struttura specializzata per emergenze psichiatriche acute. Fu allertato il 118, ma la procedura per un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) non fu attivata. I Garanti sottolineano gravi lacune: “Il personale sanitario ha somministrato farmaci, ma il medico penitenziario non è stato informato né sulla tipologia né sul dosaggio”. Inoltre, rimane poco chiaro come il detenuto sia stato dimesso dall’ospedale nonostante fosse ancora in “stato di alterazione e aggressività”. Durante le circa otto ore di ricovero, “non risultano documentati con chiarezza le modalità di monitoraggio e i trattamenti effettuati”.
Dal basso, la voce del centro sociale Ex Canapificio di Caserta si leva forte e dolorosa: “Il nostro compagno e concittadino è morto”. Il ritratto che dipingono di Sylla è quello di un uomo integrato e attivo: “Autista Piedibus”, aspirante sarto con un lavoro presso la prestigiosa azienda Isaia, calciatore la domenica e attivista del Movimento dei Migranti, protagonista della manifestazione “Siamo Umani” del 24 maggio.
Sottolineano il carattere insolito dell’episodio che ha portato al suo arresto: “Sylla non era in sé quando giovedì di prima mattina… avrebbe aggredito un suo amico maliano e poi una signora. Aveva bisogno di cure immediate!”. Ricostruiscono un tour drammatico: bloccato dalla Polfer, trasferito all’ospedale, poi di nuovo in stato di fermo, poi l’intervento del 118 e infine il carcere, dove è morto poche ore dopo l’arrivo.
La loro richiesta è netta: “Che si faccia chiarezza senza paura! Che si stabilisca la catena di responsabilità”. E pongono una questione cruciale: “Se ci fosse stata un’altra persona al posto di Sylla, come sarebbe andata?”. La loro accusa è diretta: “È stato più volte sedato, che era in salute. Non si può morire così. Gli ospedali, i luoghi delle forze dell’ordine e le carceri non possono essere opachi”.
La tensione si propaga in ambito politico. La Lega di Caserta, con Maurizio Del Rosso, lancia un duro attacco e chiede l’annullamento della manifestazione indetta per oggi: “Chiediamo tutti e sempre sicurezza e legalità, ma al primo episodio di tutela della collettività… la sinistra scende in piazza con il rischio di alimentare l’odio. Ipocrisia di sinistra!”.
Nonostante le polemiche, il presidio organizzato da Cgil di Caserta e dai centri sociali Je so’ pazzo ed Ex Canapificio partirà oggi da Piazza Dante diretto verso la Prefettura, per chiedere verità su una morte che interroga le coscienze e il sistema.
La Procura di Santa Maria Capua Vetere ha disposto l’autopsia per accertare le cause del decesso. La storia di Sylla Mamadou Khadialy è ora al centro di una battaglia per la trasparenza, dove il lutto di una comunità si scontra con le opacità delle istituzioni e con le divisioni della politica.
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