
Parlare di industria a Caserta è diventato ormai un tema estremamente complicato da trattare; le crisi di settore hanno investito pesantemente un territorio che aveva espresso negli scorsi decenni una chiara vocazione, sopperendo al ridimensionamento di altri settori a partire da quello agricolo, destino comune di ampie aree del Mezzogiorno. E dopo una crisi sanitaria ed una energetica può avere senso parlare di rilancio? Si può identificare un percorso per uscire da un tunnel che appare irreversibile? Individuare strumenti e strategie per una reale inversione di tendenza sul territorio?
Con un numero di abitanti che si aggira attorno ai 900mila su una popolazione campana di circa 5,6 milioni di unità, la Provincia di Caserta presenta un quadro socio-economico drammatico a partire dal dato relativo al tasso di disoccupazione nominale che negli ultimi anni si mantiene oltre il 15%, nonostante il fisiologico recupero post-pandemia di tutta l’area Ue (atteso che il dato reale è ben superiore), in quella che è la prima regione in Italia per tasso di senzalavoro (davanti a Sicilia e Calabria) secondo l’ultima rilevazione Eurostat dello scorso agosto.
Dal punto di vista delle attività produttive, la Provincia di Caserta nell’ultimo decennio è stata segnata da un forte ridimensionamento delle attività manifatturiere. A fronte di eccellenze sul piano produttivo nei settori Automotive ed ICT, oggi il tessuto industriale presenta una marcata dispersione. In questo scenario poco rassicurante il comparto metalmeccanico casertano viene da un periodo precedente alla pandemia già disastroso, a causa delle crisi produttive sfociate nel disimpegno degli investitori esteri, apparsi come ancora di salvezza meno di un decennio fa ed ora protagonisti di una stagione che vede il ripetersi a raffica di procedure di licenziamento collettive, di cui i casi Jabil e Whirpool sono solo i più noti all’opinione pubblica.
Le crisi del settore tecnologico hanno visto negli ultimi anni una progressiva riduzione dei volumi produttivi ed un calo della redditività dei prodotti, con conseguenti perdite finanziarie. Ciò ha dato luogo ad un’odissea per i lavoratori coinvolti fatta di trasferimenti di impresa e presunti processi di reindustrializzazione e ricollocazione del personale, che malgrado il coinvolgimento delle istituzioni ad oggi non ha portato risultati concreti né in termini di salvaguardia dei posti di lavoro, che permangono a rischio, né in termini di sviluppo professionale dei lavoratori, che si ritrovano perennemente in cassa integrazione. Non si può dire che tale fenomeno sia stato cagionato dall’emergenza pandemica, ma piuttosto che abbia attraversato la crisi sanitaria senza di fatto subirne impatti rilevanti. Anzi, tali circostanze hanno consentito alle aziende coinvolte di giovarsi di un’estensione degli ammortizzatori sociali, avendo potuto affermare senza tema di smentita che la mancanza di lavoro fosse da addebitare ai lunghi periodi di lockdown.
Discorso a parte merita il settore dell’automotive, che con la crisi pandemica ha visto un’ulteriore quanto significativa contrazione della produzione, facendo maggior ricorso agli ammortizzatori sociali rispetto al periodo precedente. Ciò è stato a più riprese motivato con la scarsa disponibilità del mercato dei superconduttori ed ha sorprendentemente generato nuovi scenari economico-finanziari, facendo registrare per i grossi gruppi utili in presenza di un calo consistente della produzione. Una situazione da cui può scaturire un messaggio paradossale e al contempo pericoloso per il mondo del lavoro, se si pensa che le aziende abbiano sviluppato la capacità di generare utili tenendo i lavoratori in cassa integrazione.
Il MISE e la Regione Campania hanno preso impegni ad effettuare azioni di monitoraggio con verifiche periodiche di tali processi, anche in virtù di specifiche norme, come il Decreto ministeriale sulla Struttura per le crisi di impresa del 9 marzo 2021 e la Direttiva ministeriale per la gestione delle crisi d’impresa del 14 ottobre 2021. Tale Struttura dovrebbe elaborare proposte operative e di intervento per il superamento delle crisi aziendali, in coerenza con gli indirizzi del Governo in materia di politica industriale e nel quadro delle politiche di sostegno al sistema produttivo, di reindustrializzazione e di riconversione delle aree e dei settori industriali colpiti da crisi. I tavoli tenuti periodicamente dovrebbero individuare possibili misure per la salvaguardia dei livelli occupazionali, ivi inclusi eventuali piani di formazione, riqualificazione e ricollocamento di concerto con la Regione. Tutto questo oggi si risolve in appuntamenti periodici dove partecipano le parti sociali, i cui interrogativi rimangono nella pratica inascoltati. Mentre gli esami congiunti in Regione si risolvono in notarili constatazioni di decesso. Quanto mai paradossale è poi constatare che in questa rinnovata stagione di crisi sarebbero disponibili fonti finanziarie per poter almeno alleviare il problema se ben impiegate, ma di fatto esse risultano ad oggi utilizzate solo marginalmente per questo scopo.
Il panorama rimane in ogni caso denso di preoccupazione se si guarda all’allarme lanciato di recente dalla CGIA di Mestre di un possibile incremento della disoccupazione di 63mila unità nel 2023 (non a caso indicando Caserta tra le province maggiormente indiziate) e le dichiarazioni di Federmeccanica che parla di cali degli ordini e della produzione per il prossimo periodo, con il perdurare della crisi delle materie prime che potrebbe spingere, a seconda dei casi, a nuove esternalizzazioni (offshoring) o al rientro (reshoring) delle produzioni. Sebbene il quadro appaia irrimediabilmente desolante, riteniamo che si possano identificare leve efficaci per uscire da questa impasse, anche senza ricorrere necessariamente a nuovi strumenti, purché le scelte siano dettate da un deciso cambio di passo nella gestione delle politiche industriali di questo Paese. La chiave di volta deve passare necessariamente per una maggiore responsabilizzazione di coloro che giocano un ruolo istituzionale, passando da compiti di semplice monitoraggio ad una funzione di controllo efficace. Resta inteso che il rafforzamento del ruolo istituzionale nelle crisi di impresa non può da solo risolvere il problema di fondo, che permane nella difficoltà di trovare soggetti nel mondo imprenditoriale che siano realmente interessati a mettersi in gioco in progetti di riconversione e non puntare semplicemente a sovvenzioni a fondo perduto.
Una svolta culturale è d’obbligo, ma ci saranno soggetti in grado di cogliere un cambio di paradigma?
di Mauro Naddei, UGL
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...