
Negli ultimi anni, il tema dell’inclusività ha avuto una crescente rilevanza in una società che diventa sempre più consapevole delle sue ineguaglianze. Un esempio è l’inclusione delle persone con disabilità. Se ne parla in televisione, nelle scuole, nei libri, e, almeno in teoria, anche una parte significativa delle istituzioni è dedicata a questo grande impegno. Certo, sono stati fatti dei passi avanti, ma le carenze non sono tali da essere trascurabili. Caserta rappresenta perfettamente il principio ideale che nasce e muore nella teoria, senza aderenza con la pratica.
Uno dei problemi più urgenti del nostro territorio, infatti, riguarda l’impegno – inosservato – nel garantire il diritto allo studio agli studenti con disabilità; questi ultimi hanno diritto ad assistenza sanitaria durante l’orario scolastico. Spesso alla loro cura è associata la figura dell’insegnante di sostegno, che però agisce a supporto dell’intera classe. Lo studente con disabilità, invece, necessita di figure professionali specifiche che lo affianchino in un percorso volto a svilupparne l’autonomia. L’organizzazione di tali supporti è affidata agli ambiti territoriali (articolazioni presenti in tutte le province e che gestiscono gli interventi sociali). L’ambito di Caserta, che comprende Caserta, Casagiove, Castel Morrone e San Nicola la Strada, deve elaborare un piano di zona sulla base delle linee guida regionali e delle esigenze del territorio, dopo un confronto con sindacati e operatori del terzo settore. Il piano prevede interventi in vari ambiti: infanzia, adolescenza, anziani, disabilità, immigrazione, contrasto alla povertà e simili. Per quanto riguarda gli studenti diversamente abili, spetta al Comune nominare una commissione incaricata di predisporre un bando per selezionare le cooperative che, da settembre a giugno, dovrebbero garantire la presenza degli operatori sanitari nelle scuole.
A Caserta la situazione è critica da tempo. Il bando non viene pubblicato e si procede invece con interventi temporanei e discontinui. A questo proposito, ho avuto il piacere di intervistare Alessandra Cirelli, Segretaria Provinciale di Conf.S.A.F.I. Sanità (Confederazione Sindacati Autonomi Federati Italiani), che ha dichiarato: «La situazione è sempre stata critica, ma quest’anno è andata ancora peggio. La determina è stata firmata a ottobre, ma il servizio è partito solo il 1° dicembre. Poi è stato sospeso il 20 dicembre per le vacanze natalizie, ripreso l’8 gennaio e interrotto il 13 gennaio. Dopodiché, è stata concessa una proroga: il servizio è ripartito il 20 gennaio, ma si è fermato il 24 febbraio. Nuova proroga fino al 14 marzo, poi nessuna assistenza. Ora è stata concessa un’ulteriore proroga fino al 4 aprile. E poi?».
Il problema nasce perché si tratta di proroghe tecniche di 20 giorni, teoricamente necessarie per elaborare il bando e giungere a un affidamento definitivo. Soltanto di recente è stata nominata una commissione per esaminare le richieste e selezionare le cooperative. Una volta presentato il bando, il servizio verrà affidato a chi lo vincerà. «Poiché si tratta di un servizio essenziale, il Comune avrebbe dovuto affidarne la prosecuzione alla cooperativa uscente, così da garantire un’assistenza continuativa mentre si lavorava al nuovo bando, monitorando le spese. Manca una seria programmazione! È assurdo che un diritto costituzionalmente garantito venga erogato a singhiozzo, un po’ sì e un po’ no» afferma Cirelli. Perché, infatti, per questi studenti e le loro famiglie non ci sono momenti di pausa. La disabilità c’è sempre, anche quando l’istituzione sceglie di fermarsi. «È brutto anche definirla battaglia – afferma Francesca, mamma di Diego – perché in un paese civile non si dovrebbe combattere per i diritti garantiti dalla costituzione. A Caserta il settore delle politiche sociali è il settore invisibile, il fanalino di coda su cui si può sorvolare. Per giustificarsi ci dicono sempre che non ci sono soldi. I soldi ci sono, perché nessuno vuole organizzarli?».
È una situazione precaria anche per i lavoratori, i quali saranno suddivisi in tre cooperative. Questa scelta deriva dalla necessità di suddividere i fondi economici e di garantire opportunità di lavoro a tutte le cooperative coinvolte, attraverso la ripartizione del servizio in tre lotti. Ma cosa accadrà se alcuni di loro si ritroveranno con due o tre contratti con diverse cooperative? Inoltre, gli operatori sanitari che si occupano di assistenza domiciliare per anziani e disabili non ricevono lo stipendio da marzo: «di norma, può capitare che le cooperative debbano anticipare al massimo un mese di stipendio prima di ricevere i pagamenti, che per legge devono arrivare entro 30 giorni – afferma Cirelli – ma qui parliamo di cooperative che devono anticipare gli stipendi per un anno intero. Quale società, al di là della dimensione ridotta delle cooperative, potrebbe sostenere un simile peso economico? Non spetta a noi individuare colpevoli, vogliamo solo essere pagati. C’è un continuo rimpallo di responsabilità: tutti dicono “non è colpa mia”, ma è un atteggiamento poco istituzionale. Non si tratta di giustificarsi, ma di agire. Se il sistema non è collassato del tutto, è stato solo grazie alle cooperative che, nonostante tutto, hanno continuato a garantire il servizio».
L’instabilità persiste nonostante la pressione dei sindacati e delle famiglie, sempre più esauste. Chiara, mamma di Sara, e Francesca, mamma di Diego, hanno presentato e vinto un ricorso al TAR; insieme seguono questa vicenda da un anno e mezzo. «Mio figlio ha sette anni, è in sedia a rotelle, non parla, non è autonomo e porta il pannolino. Come posso lasciarlo a scuola sapendo che nessuno si prenderà cura di lui? Un insegnante, dovendo gestire l’intera classe, non può occuparsi dei bisogni singoli di un bambino disabile. Come può vivere un genitore sapendo che il proprio figlio viene abbandonato per 5 o 6 ore? Per qualcuno gli operatori sono un surplus, per noi sono una necessità» afferma Francesca.
Senza un lavoro sull’inclusione, i compagni finiscono per percepire il bambino disabile come un problema. Diego, ad esempio, inizia a urlare se lasciato solo per troppo tempo. Al contrario, in nove mesi di assistenza continua si potrebbero ottenere progressi significativi; è con un servizio frammentario e discontinuo che il lavoro educativo si annulla. Chiara afferma: «Molte volte dobbiamo anticipare l’uscita da scuola dei nostri figli. Io non lavoro, quindi riesco a gestire la situazione, ma chi lavora come fa? Francesca è costretta a prendere ferie e permessi, una situazione che non si verificherebbe se Diego avesse l’assistenza garantita. Così viene compromessa anche la stabilità economica delle famiglie, oltre che quella emotiva».
Grazie all’associazione “Vorrei prendere il treno – Iacopo Melio”, Francesca e Chiara hanno vinto il ricorso lo scorso autunno. Tuttavia, i risultati sono deludenti: «Su sette mesi di scuola, ne abbiamo avuti solo due con un sostegno adeguato. A pagare il prezzo di questo limbo sono sempre i ragazzi.» La battaglia è difficile e, purtroppo, solitaria. «Molti genitori sono stanchi di combattere, altri si mortificano all’idea che il proprio figlio possa essere visto come un disturbo. Spesso si ha paura di opporsi allo status quo, per timore di peggiorare una situazione già precaria. A Caserta, poi, c’è una rassegnazione diffusa tipica, come se fosse normale che le cose vadano così, come se l’ingiustizia fosse parte del sistema. Ma noi non ci fermeremo».
I disabili esistono. Come tutti gli altri esseri umani, hanno dei diritti inderogabili: nessuna giustificazione, nessuna lacuna, nessun “poi ci penseremo”, nessun’altra priorità può rendere accettabile una simile indifferenza, perché essi stessi sono la priorità e perché il diritto alla dignità, allo studio e alla vita non muoiono al cospetto di niente. Questo non è un problema delle famiglie che hanno figli disabili ma è un problema di ogni cittadino che spera di potersi definire libero.
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