
A Caserta, spostarsi in auto per percorrere poche centinaia di metri è ancora la norma. L’abitudine di guidare per accompagnare i figli a scuola o raggiungere un supermercato vicino è radicata in una cultura urbana costruita sull’automobile. È in questo contesto che nasce il tentativo — timido, ma concreto — di dotare la città di una rete ciclabile moderna, sostenuta dai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Un’occasione che, come spesso accade nel Sud, ha mostrato subito i suoi limiti strutturali: assenza di visione, carenza di controlli e un modo di progettare che rincorre i finanziamenti più che una pianificazione coerente.
Caserta sconta un decennio di immobilismo: nessun Piano Urbano della Mobilità Sostenibile (PUMS) approvato, nessuna approvazione del PUC, una rete viaria congestionata e un organico ridotto di vigili urbani incapace di garantire il rispetto delle regole. Le piste ciclabili che stanno sorgendo in città nascono così dentro una visione amministrativa fragile, che sembra non abbia davvero definito obiettivi e priorità di lungo periodo.
L’arrivo del PNRR ha cambiato improvvisamente lo scenario. Sullo schema dei finanziamenti ottenuti sono segnati gli interventi e i fondi per realizzare piste ciclabili che colleghino i principali poli cittadini: scuole, università, edifici pubblici e aree monumentali. Un progetto sulla carta ambizioso, in linea con gli standard europei che impongono collegamenti tra luoghi dell’istruzione e snodi urbani principali. Quello tra via Laviano e Corso Giannone è considerato il migliore. Due chilometri di pista bidirezionale, protetta e percorribile in sicurezza, che permette per la prima volta a studenti e residenti di spostarsi senza dover affrontare il traffico caotico del centro. È un risultato concreto, ma isolato. Già nei successivi interventi — viale Beneduce, Corso Giannone, via Unità Italiana — il disegno originario si è frammentato in una serie di scelte contraddittorie: corsie interrotte, attraversamenti mancanti, tratti ricavati su marciapiedi rialzati e difficili da percorrere.
In diversi punti, le piste si trasformano in percorsi ciclopedonali, soluzioni legittime ma discutibili perché sottraggono spazio ai pedoni. In altri casi, piccoli dislivelli o scalini rendono complicato il passaggio, segno di una progettazione più attenta al rispetto dei tempi che alla funzionalità quotidiana. Solo dopo segnalazioni pubbliche e lettere formali da parte della FIAB, il Comune ha avviato correzioni e asfaltature che oggi rendono percorribili tratti prima discontinui come quello in Via Unità d’Italia. Ma l’impressione è quella di un lavoro in corso, ancora privo di una regia unica.
Caserta paga il prezzo di una pianificazione assente. Senza un piano urbano aggiornato, ogni pista nasce come un episodio a sé, scollegato dagli altri. In una città che forma una conurbazione di oltre 250 mila abitanti con comuni a partire da Valle di Maddaloni fino a Capua, ragionare su singoli tratti ciclabili appare un esercizio parziale. Alcune funzioni essenziali sono distribuite in più comuni, ma non esiste alcuna visione intercomunale della mobilità.


In questo contesto, la logica del “si fa perché ci sono i fondi” diventa un boomerang. L’Europa finanzia infrastrutture, ma chiede che siano inserite in una strategia di riduzione delle emissioni e di coesione urbana. Se il disegno manca, la pista resta un’operazione cosmetica più che un cambiamento reale.
«Il problema non è solo infrastrutturale, ma culturale. Caserta è una città sovraccarica di automobili e povera di vigilanza, per non parlare dell’assenza di pianificazione da noi chiesta invano alla vecchia amministrazione. Non mancano però segnali incoraggianti. I nuovi collegamenti verso via Vivaldi e viale Carlo III dovrebbero consentire, una volta completati, di spostarsi in bici dal centro fino alla stazione ferroviaria e a San Nicola la Strada senza mai uscire da percorsi protetti. Parallelamente, la Regione Campania e l’agenzia ACaMIR stanno lavorando a due progetti più ampi: la Ciclovia del Carolino lungo l’ex ferrovia Caserta–Benevento e i bus elettrici di Air Campania, che prevedono corsie dedicate e tratti affiancati da piste ciclabili. Se realizzati, potrebbero rappresentare la vera svolta: una rete capace di connettere la Reggia, il futuro Policlinico e l’Università, aprendo al cicloturismo e alla mobilità intermodale. Un’opportunità economica e ambientale di grande portata, che altre città del Sud stanno già sperimentando con risultati concreti», ci racconta Carlo Scatozza, Presidente FIAB Caserta in bici: «Noi stiamo proponendo miglioramenti pezzo per pezzo, siamo soddisfatti del lavoro dei commissari e alla fine della consegna totale dei lavori e con la corretta segnaletica verticale e orizzontale verranno fuori percorsi utili. Chiediamo anche più parcheggi bici perché troppo spesso i ciclisti non sanno dove parcheggiare».
Il caso casertano racconta in piccolo il paradosso italiano: infrastrutture che nascono grazie a fondi straordinari ma senza una strategia di sistema. Eppure, proprio da esperienze come questa può partire una nuova consapevolezza civica. La sfida, ora, è passare dall’episodio alla rete, dal progetto alla politica. Non basta disegnare strisce blu sui marciapiedi: serve un piano, un controllo del territorio e una cultura condivisa della mobilità sostenibile. Caserta, nel frattempo, pedala a fatica. Ma, per la prima volta, ha iniziato a muoversi.
di Gianrenzo Orbassano e Luca De Matteis
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