
Torna in auge il caso Daniela Santanchè. La ministra, sommersa da figure non dignitose tra inchieste e uscite infelici, torna ad accusare i giornali e le opposizioni di giustizialismo denunciando di essere vittima di un accanimento. La questione di sfiducia posta nella giornata di ieri in parlamento dalle opposizioni ha avuto esito negativo, Santanchè resterà al suo posto. Esultano i sedicenti garantisti, un po’ meno l’immagine delle istituzioni.
Daniela Santanchè è ministra del Turismo e precedentemente a capo del gruppo editoriale Visibilia, entrato in crisi e sotto le attenzioni della Procura di Milano. Gli inquirenti hanno da poco chiuso l’inchiesta per truffa aggravata nei confronti dell’Inps per la gestione dei fondi per la cassa integrazione durante il Covid per 13 dipendenti delle società legate alla ministra. Le inchieste riguardano anche il gruppo KiGroup-Bioera in cui Santanchè ricopriva un ruolo di responsabilità, interessato da un’indagine per falso in bilancio.
Le opposizioni hanno ripetutamente chiesto le dimissioni della ministra, accusata di ledere l’onorabilità della carica che ricopre. Le richieste sono culminate con la questione di sfiducia votata mercoledì 4 aprile, con esito negativo. Da notificare è il voto contrario di Italia Viva, unica forza di opposizione ad esprimersi in tal senso sotto l’insegna del garantismo, principio al quale si sono appellate anche le forze di maggioranza.
Secondo il deputato Roberto Giachetti di IV ci sarebbero in ballo solo “inchieste giornalistiche” e “questioni giudiziarie” non relative allo svolgimento della funzione di ministro. Tutto vero. Resta però complicato accettare che una ministra resti in carica quando accusata di truffa aggravata ai danni dell’Inps, sostenuta dalla stessa maggioranza in guerra contro i “furbetti” del reddito di cittadinanza.
Il concetto a cui gli accusati si appellano in questi casi è sempre lo stesso, il garantismo. Un principio sacrosanto, moderno e liberale, garantito dall’art.27 della costituzione italiana che stabilisce fra le altre cose la presunzione di innocenza: “[…] nessuno può essere ritenuto colpevole fino alla condanna definitiva […]”. Tutto normale, nessuno ha però condannato Santanchè prima del processo, nessuno auspica la galera per la ministra, nessuno è mai sceso nel merito dei fatti giudiziari.
La questione di sfiducia non è un fatto giudiziario, ma politico. Santanchè non deve dimettersi in quanto colpevole, ma perché impresentabile. La ministra del Turismo è titolare del Twiga insieme a Flavio Briatore, azienda che lucra nello settore di competenza del ministero di cui ella è titolare. Indagata per truffa aggravata, indagata per falso in bilancio con tanto di imbarazzanti dichiarazioni pubbliche di ex dipendenti delle aziende di cui la ministra era titolare insieme al marito.
Non sono le inchieste che determinano la necessità di dimissioni. Il problema di Daniela Santanchè è ella stessa, mentre continua a creare imbarazzi alla maggioranza di governo e, soprattutto, mina la credibilità dell’istituzione di cui ricopre una carica. Non c’è accanimento, non c’entra nulla il garantismo. È una questione puramente politica.
La retorica difensiva di Santanchè non è uno schema nuovo. Nasce dagli attacchi al pool di Mani Pulite di Craxi, per essere poi proseguito da Berlusconi con le sue “toghe rosse”. Tutto nella norma insomma. Non si risponde mai nel merito delle inchieste, basta decentrare l’attenzione tentando di delegittimare chi muove la critica o l’indagine. Non tutti nella storia repubblicana d’Italia hanno però agito in questo modo, fu il caso di Giulio Andreotti, un delinquente, ma pur sempre uomo delle istituzioni.
Durante uno dei processi in cui Andreotti era imputato per associazione mafiosa, l’allora senatore a vita ed ex uomo più potente d’Italia si alzava per stringere la mano al suo inquisitore, Gian Carlo Caselli. Un gesto di rispetto rivolto non specificamente al Pm antimafia, ma all’istituzione che in quella corte rappresentava lo stato. Un gesto immerso in un contesto di atteggiamento di risposta nel merito delle inchieste, esempio di come un uomo di stato deve difendersi nel processo, e non dal processo. Altri tempi.
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