
Djarah Kan, classe ’93, è una scrittrice italo-ghanese, femminista e attivista, cresciuta a Castel Volturno. Nel 2015 crea il blog Kasava Call dove scrive schiettamente del nostro territorio. Cinque anni dopo, nel 2020, durante la pandemia Covid-19, Djarah pubblica la sua prima raccolta di racconti brevi: “Ladri di Denti”, «un tentativo di spiegare l’esperienza nera e italiana dell’esproprio esistenziale, in tutte le sue forme».
«Ogni volta che mi viene fatta questa domanda rispondo sempre così: Ladri di denti è una metafora. Una sorta di immagine simbolica che per tutto il libro, mi è servita a raccontare una costellazione di vite e di esperienze vissute all’ombra di tutto ciò che ti sottrae e ti ruba una società apertamente o inconsciamente razzista. Quando nel 2020, l’omicidio di un uomo afroamericano – George Floyd – venne registrato attraverso un video divenuto poi virale, il mondo non poté più distogliere lo sguardo dal razzismo sistemico che in forme differenti, complica, sminuisce o cancella interamente la vita delle persone nere. E non solo in America, ma in tutto il mondo, Italia compresa.
Ebbi la sensazione che nonostante la difficilissima posizione di isolamento in cui ci metteva la pandemia, le persone avessero comunque bisogno di ritrovarsi, proteggersi e sentirsi vicine nell’indignazione che quella morte insensata aveva suscitato nella coscienza di tutti. Ebbi la sensazione che il mondo, e in modo particolare l’Italia fosse in ascolto. Pronto ad accogliere quelle storie che avevo scritto e messo da parte, in attesa che il mio Paese fosse in grado di leggerle e di capirle. Ed è così che Ladri di Denti è uscito dal cassetto e si è fatto carta».
«Ricordo gli anni vissuti a Castel Volturno come dolci e amari. Dolci perché se non fosse stato per l’eccezionalità di un territorio a tratti grottesco che sembra un grande romanzo a cielo aperto, scritto con la fantasia della Ferrante, di Stephen King e Toni Morrison messi insieme, non avrei mai compreso l’importanza di raccontare una storia con parole che fossero solo mie e di nessun altro. E poi amari perché il razzismo, la povertà, la camorra e le istituzioni praticamente assenti, non hanno mai dato alla gente che vive questo territorio, una sola possibilità di avere un futuro».
«Non credo. Il razzismo esiste ancora. Ed è molto forte. Così come esiste l’estrema povertà, e la mancanza di lavoro. Immigrato non è una parola negativa in sé. Ma lo è se una persona considerata “immigrata” viene istantaneamente caricata di stereotipi negativi e dunque spinta ad accettare i lavori peggiori, nei quartieri peggiori, con le paghe peggiori. Non credo che il problema sia il concetto, quanto la mentalità che si nasconde dietro l’interesse a fare della categoria degli immigrati: dei soggetti da sfruttare e umiliare sempre».
«Credo che sia normale storcere il naso di fronte a una realtà come quella che viviamo. Molte persone, tra cui mia madre, sono morte di tumore, in un territorio che, avvelenato dalla camorra, non ha potuto che offrirci aria, acqua e cibo avvelenati. Dovremmo nasconderlo? Dopo tutto il dolore e le perdite subite? Oppure dovremmo forse fingere che questa Campania Felix sia ormai divenuta una terra di infelici che combattono per la felicità? Le mie parole sono dure. La mia scrittura cruda.
Ma è stata Castel Volturno ad insegnarmi a scrivere in questa maniera. La lingua della verità è l’unica lingua che questo territorio sia capace di insegnare».
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