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Catello Maresca: «Nessuno al 41bis col Covid»

Redazione Informare
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22 settembre 20205 min di lettura

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Catello Maresca: «Nessuno al 41bis col Covid»

Pasquale Zagaria, boss del clan dei Casalesi, torna in carcere alla scadenza della misura di differimento dell’esecuzione della pena disposta dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari. In pratica per cinque mesi, grazie all’emergenza Covid, Zagaria invece di stare in una cella del penitenziario di Sassari, è rimasto a casa sua. Ufficialmente perchè così non ha rischiato il contagio da Coronavirus e ha potuto curarsi meglio in Lombardia una patologia che minava la sua salute. Così il boss è tornato nella Bresciana, in un paesino dove risiede. I suoi legali avevano chiesto la proroga del differimento della pena ai domiciliari, ma l’istanza è stata rigettata. Ne parliamo con il magistrato Catello Maresca, per 12 anni alla Procura distrettuale antimafia di Napoli, tra i pm di trincea che ha destrutturato militarmente ed economicamente il potere mafioso del clan dei Casalesi, firmando come inquirente le principali catture di padrini che sembravano inafferrabili come Michele e Pasquale Zagaria, Giuseppe Setola, Antonio Iovine. Spietati e sanguinari criminali.

Dottor Maresca, lei aveva sostenuto che le scarcerazioni di decine di boss mafiosi ai tempi dell’emergenza Covid e della contestata circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per prevenire il contagio nei penitenziari assomigliava, anche inconsapevolmente, ad una resa dello Stato. Lei diceva che far tornare i boss nei luoghi di origine, di residenza, era un rischio enorme da non correre perché di molti di questi mafiosi la pericolosità attuale era ed è accertata o accertabile. Soddisfatto del ritorno in cella di Pasquale Zagaria? 

«Il rientro in carcere di Pasquale Zagaria è stato disposto dal magistrato di Sorveglianza di Brescia con un provvedimento che è un segno inequivocabile di coerenza, credibilità ed equilibrio. E queste sono caratteristiche indispensabili per ogni sistema giudiziario serio ed efficace. È la prova che il sistema giudiziario funziona, mentre quello politico dà l’impressione – su certi temi – di essere improvvisato, approssimativo e poco lungimirante».

Per lei quel “liberi tutti”, quel “porte aperte” a decine di mafiosi nel mese di aprile è stato un passo indietro nella lotta alla mafia?

«A me non piace fare ragionamenti col senno di poi. E non comincerò oggi a dire “l’avevo detto”. Ma restiamo ai fatti. Nessuno, nessun detenuto al 41 bis, nessun mafioso del circuito di alta sicurezza rimasto in cella si è ammalato di Covid. Quel provvedimento del Dap per evitare il contagio di persone che si trovano in isolamento e dunque senza alcuna possibilità di essere contagiati resta un mistero. Da poco abbiamo ricordato la decorrenza di 30 anni dalla uccisione di Rosario Livatino, il giudice ragazzino, ed 40 anni dagli omicidi di Gaetano Costa e Guido Galli, tutti magistrati caduti per la giustizia. Per onorare la loro memoria e quella di tutti gli altri servitori dello Stato uccisi da mafiosi e terroristi e per rispetto verso quelli ancora vivi, abbiamo l’obbligo di continuare a credere nella lotta senza confini alle mafie. Per credere però bisogna capire e per capire si deve avere l’umiltà di ammettere di poter sbagliare e la capacità di accettare gli errori. Solo chi ha il coraggio di fare sbaglia. Poi dalle esperienze si è capaci di ricavare gli insegnamenti per raggiungere il risultato. Oggi, purtroppo,  abbiamo una classe dirigente che pensa di poter decidere senza aver fatto».

Che cosa intende dire che quel provvedimento del Dap fu un errore? 

«Lo affermai subito che era un errore. Dissi subito che quella nota, quella circolare, quel foglio su carta intestata del Dap avrebbe determinato una valanga di scarcerazioni. E così fu. Qualcuno mi suggerì anche di studiare le leggi per spiegarmi che sbagliavo. Quel che è accaduto è sotto gli occhi di tutti. Purtroppo quando certi errori vengono commessi da chi è in posizioni apicali comportano gravi conseguenze e spesso non sono facilmente rimediabili. Basta vedere che cosa è accaduto per le scarcerazioni dei mafiosi ai tempi della più grave emergenza Covid. Il governo dopo le sue durissime critiche e le prese di posizione altrettanto dure di suoi colleghi magistrati come Nino Di Matteo e Nicola Gratteri provò a correre ai ripari con ben due leggi: ma i risultati non sono stati certo entusiasmanti. Pasquale Zagaria ha concluso la sua vacanza domiciliare alla scadenza dei 5 mesi previsti dai magistrati di Sassari. Il magistrato di sorveglianza di Brescia ha solo constatato il venir meno delle condizioni che avevano portato alla scarcerazione di Zagaria e non ha concesso la proroga. Oggi, e non ad aprile, il sistema penitenziario riesce a garantirgli gli standard di assistenza sanitaria che la sua patologia richiede. Praticamente è la certificazione degli errori commessi ad aprile. La conferma che solo su basi solide si può costruire una soluzione credibile».

Qualcuno ad aprile non capì i rischi connessi a quella valanga di scarcerazioni di detenuti al 41 bis e del circuito di alta sicurezza? 
«Guardi, da qualche tempo a questa parte tendo a distinguere le persone in chi ci crede e chi no. Ma quelli che ci credono devono dimostrare di aver fatto e di saper fare. Con  il ritorno in carcere di Pasquale Zagaria e di altri mafiosi che hanno goduto di vacanze domiciliari, le persone perbene festeggiano la vittoria della “giustizia giusta”. Ma il problema vero non è questo».

E qual è?
«Il problema serio è quello della riforma del sistema carcerario e dell’esecuzione della pena dalle fondamenta. Occorre evitare che accadano simili aberrazioni. Si deve rendere effettivo uno dei principi costituzionali, forse addirittura un  valore assoluto, che fino ad oggi è rimasto solo sulla carta. Parlo della funzione della pena come rieducazione del detenuto prima di restituirlo alla società. Ma anche qui occorre metterci le mani con equilibrio, competenza, coerenza e credibilità».

di Giuseppe Crimaldi
FONTE: IL MATTINO

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  • #41bis
  • #casalesi
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