
Ogni notizia riguardante una cava suscita nei cittadini casertani uno stato di allerta non indifferente. Nella provincia più “cavata” d’Italia, che conta oltre 400 siti di cava tra attivi, dismessi e abusivi, operazioni simili hanno distrutto il paesaggio e messo in pericolo la salute dei cittadini.
Questo è il motivo per cui ha suscitato non poca preoccupazione il progetto di Cava Iuliano, il quale vedrebbe da una parte la dismissione e il recupero della cava e dall’altra l’installazione di un impianto di trattamento rifiuti nella stessa. Ma spieghiamo ai lettori di cosa si tratta…

Cominciamo con le dovute spiegazioni e precisazioni tecniche inerenti al progetto di ‘dismissione con recupero e riuso del piazzale ai sensi dell’art. 28 NdA del PRAE, della Cava di calcare sita in loc. Monte, frazione San Clemente, nel Comune di Caserta’, presentato dalla Iuliano Srl alla Regione Campania il 25 febbraio 2025. Il progetto non prevede la riapertura della cava di calcare di località Monte, a San Clemente, né una nuova attività di estrazione. L’intervento, sottoposto a VIA (Valutazione di impatto ambientale) nell’ambito del PAUR, viene definito come “dismissione con recupero e riuso del piazzale” ai sensi dell’articolo 28delle norme del Piano regionale delle attività estrattive. Nell’arco di 5 anni la Iuliano srl propone la messa in sicurezza del fronte, la sistemazione e il rinverdimento dei gradoni esistenti, cinque nuovi gradoni alla base del versante, la riprofilatura della parete, la piantumazione di specie arboree e arbustive e lo smontaggio del vecchio impianto di frantumazione.
Il recupero ambientale, però, non nasce oggi: il PRAE prevedeva per questa cava, inserita tra le Zone Altamente Critiche, una dismissione accompagnata da contestuali interventi di ricomposizione e riqualificazione ambientale. Le stesse Linee Guida stabiliscono che, di norma, la ricomposizione debba procedere contemporaneamente all’attività di coltivazione.*
Accanto al recupero della cava è però prevista la parte più contestata: un nuovo impianto, in un piazzale di 6mila metri quadrati, per ricevere dall’esterno rifiuti inerti speciali non pericolosi, soprattutto materiali da costruzione e demolizione, terre, rocce, cemento, mattoni e ceramiche. I rifiuti sarebbero messi in riserva, selezionati, frantumati e vagliati, fino a 360 tonnellate al giorno e 108mila l’anno, per ottenere aggregati “End of Waste”, riutilizzabili nella ricomposizione o commercializzabili.
Il progetto è stato presentato dalla società Iuliano Srl al Genio Civile di Caserta nello scorso gennaio 2024. Nel marzo 2024 il Genio Civile di Caserta ha ritenuto procedibile il programma di dismissione e nell’aprile 2024 ha chiesto all’Ufficio Valutazioni Ambientali se fosse necessaria la verifica della assoggettabilità a VIA. Già in questa fase il progetto prevedeva non solo la riqualificazione e rinaturalizzazione della cava, ma anche l’installazione di un impianto di trattamento di rifiuti speciali non pericolosi/inerti. Oltre ciò, era già evidenziato che la cava rientrava in una Zona Altamente Critica (ZAC).
Sono probabilmente questi elementi ad assoggettare il procedimento alla VIA nel novembre 2024 da parte della Commissione VIA-VAS. Con la VIA si apre il procedimento per il rilascio del Procedimento Autorizzatorio Unico Regionale (PAUR): oltre alla valutazione ambientale viene richiesta anche tutta un’altra serie di certificazioni. A febbraio 2025 l’istanza Iuliano viene acquisita dalla Regione tramite protocollo (n. 96388 del 25/02/2025) e nasce così ufficialmente il CUP n. 10102. Con la prima fase di verifica di completezza documentale, a chiedere un perfezionamento documentale è la Sovrintendenza delle Belle Arti Caserta-Benevento (SABAP CE-BN), che chiede di integrare con: Certificato di Destinazione Urbanistica dell’area, indicazione precisa dei vincoli paesaggistici e delle emergenze architettoniche presenti nel raggio di 1000 m, etc.
Iuliano provvede presto a integrare le carte, ma poi c’è un periodo di stop: il fascicolo resta chiuso in un cassetto fino a novembre 2025. È solo allora che, paradossalmente, la società chiede novità alla Regione. Solo il 4 febbraio 2026 (prot. 91308) il procedimento parte. Di lì a pochissimo, tra l’altro, cambia l’ufficio di competenza per le cave, che passa dal Genio Civile di Caserta all’ ‘Unità Operativa Semplice (UOS) 208.03.02 – Miniere, cave, torbiere e risorse geotermiche’. Dopo che la prima fase di consultazione pubblica passa senza che sia pervenuta alcuna osservazione, con una nota del 09/03/2026 (prot. 209645) la Regione apre la fase delle richieste di integrazioni nel merito tecnico.

È proprio l’ingresso di rifiuti dall’esterno ad aver provocato la mobilitazione di comitati e associazioni: in prima linea ci sono No Cave, Centurano-Cerasola, Ambiente e Diritti Calpestati, Legambiente e WWF, che da mesi stanno contestando che il recupero ambientale possa diventare il presupposto per un’attività industriale autonoma, capace di trattare gli inerti e vendere gli aggregati ottenuti. La preoccupazione trova riscontro in una prima nota tecnica dell’ARPAC del marzo 2026: l’Agenzia osserva che l’impianto non risulta limitato al materiale presente nella cava e che non è dimostrato un ciclo chiuso nel quale tutto ciò che viene recuperato serva esclusivamente alla ricomposizione del sito.
Un secondo fronte critico riguarda la qualità dell’aria e il traffico. Il progetto stima ogni anno la movimentazione di circa 50.800 metri cubi di terre e rocce e 90mila metri cubi di inerti. In una seconda nota del luglio 2026 ARPAC ha ritenuto che le misure proposte – bagnatura dei piazzali, nebulizzatori e copertura dei carichi – non bastano a garantire l’abbattimento delle polveri prodotte dal frantoio e dai camion in un’area già sottoposta a stress ambientale. La centralina CE54 di Maddaloni, a circa due chilometri dal sito, nel 2025 ha registrato 42 giornate oltre il limite giornaliero di 50 microgrammi per metro cubo di PM10, mentre la legge ne consente al massimo 35. In concreto, la soglia è stata oltrepassata per sette giorni in più, il 20% oltre il numero massimo ammesso; nel 2026, al momento del parere, i superamenti erano già 15. Per questo ARPAC ha prospettato un assenso soltanto a un frantoio destinato al materiale già presente nella cava, chiedendo integrazioni sostanziali per l’ingresso e il trattamento dei rifiuti esterni.
I comitati contestano il progetto calato in un’area fragile e la sua destinazione e richiamano la classificazione agricola E2, il rischio da frana R4 e la vicinanza alle abitazioni, alle scuole e al futuro del nuovo Policlinico. Segnalano inoltre la presenza del Torrino 58 e del tracciato sotterraneo dell’Acquedotto Carolino, chiedendo il coinvolgimento della Reggia di Caserta. La richiesta è di limitare l’intervento alla messa in sicurezza e alla rinaturalizzazione, senza nuove attività industriali.
E il Comune di Caserta che ruolo ha avuto? Sicuramente uno surreale durante l’ultima Conferenza dei Servizi tenutasi lo scorso 28 luglio. Alla presenza di vari rappresentanti di enti e associazioni, il rappresentante del Comune di Caserta era l’Ing. Raffaele Di Giovanni, ma dal resoconto della Conferenza dei Servizi si legge: “L’ing. Raffaele Di Giovanni, funzionario del Comune di Caserta, si disconnette perché non dotato di videocamera per il necessario riconoscimento, non avendo a disposizione altri dispositivi elettronici presso la sede comunale per partecipare alla Conferenza di Servizi”.
*Bisogna ulteriormente specificare con una nota post-pubblicazione tutta una serie di aspetti sulla ricomposizione ambientale della cava. Il principio secondo cui gli interventi di recupero dovessero accompagnare l’attività estrattiva non nasce infatti con le Linee Guida del PRAE del 2006.
Di fatti, precedentemente alle Linee Guida del PRAE del 2006, già l’art. 8 della L.R. 17/1995 – che andava a modificare il precedente art. 9 della L.R. 54/1985 – dava delle indicazioni generali sulla “ricomposizione ambientale” che appunto andava svolta “‘di norma contestualmente alla coltivazione della cava”.
Attenzione quindi: la ricomposizione doveva avvenire non alla dismissione della cava, ma, di norma, contestualmente alla sua coltivazione.

Anche nella storia amministrativa della cava Iuliano il recupero compare molto prima dell’attuale progetto. Il 28 dicembre 1989 la Commissione Tecnico Consultiva regionale approvò il progetto di coltivazione presentato dalla società, prescrivendo anche caratteristiche dei gradoni destinati a costituire il «fronte finale del recupero». Nel 2002, con decreto dirigenziale n. 1389 del 17 luglio, venne poi autorizzato un progetto che negli atti del successivo procedimento giudiziario è indicato come progetto di coltivazione e recupero della cava.
Va inoltre ricordato il successivo contesto giudiziario. Nell’ambito dell’indagine sulle attività estrattive casertane, l’8 novembre 2004 il GIP dispose il sequestro preventivo di sette cave, tra cui quella Iuliano (sequestrata poi il successivo 3 dicembre 2004). Dopo che quel primo provvedimento venne dichiarato inefficace, il sequestro fu nuovamente disposto il 24 dicembre 2004 e confermato dal Tribunale del Riesame il 21 gennaio 2005. Il procedimento si concluse il 24 settembre 2008 con l’assoluzione di Nicola Iuliano e degli altri imputati interessati perché il fatto non sussiste e con l’ordine di restituzione alla società del complesso estrattivo.
La storia amministrativa continua fino alla fine del 2020: il 31 dicembre 2020 (sentenza n. 8584) il Consiglio di Stato ha respinto l’impugnazione dell’annullamento del decreto di autorizzazione estrattiva, e al contempo ha annullato il diniego del progetto di dismissione della cava risalente al 2007, stabilendo che il ritiro del precedente titolo estrattivo non impediva alla società di accedere alla disciplina del PRAE.
di Luca De Matteis e Gianrenzo Orbassano
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