
Con l’inchiesta di Informare, siamo arrivati a parlarvi del secondo progetto che interessa la cava in località Garzano di Caserta, più precisamente il programma di riqualificazione territoriale della cava calcarea sita in località Provine – Pioppi nel comune di Caserta ai sensi dell’art. 28 delle norme di attuazione del PRAE. Un progetto, anch’esso, molto contestato dal Comitato Civico No Cave, dalle associazioni ambientaliste e dai cittadini casertani. Anche qui vale lo stesso discorso, ovvero dietro la parola ‘riqualificazione’ o ‘recupero ambientale’, ci sarebbero circa altri 700 mila metri cubi di calcare estratto dalle montagne.
Il progetto che oggi porta la firma della Cava Mineraria Srl non è una novità assoluta. Le sue radici risalgono già al 2019. All’epoca si parlava di un recupero ambientale “puro”, un intervento che, almeno sulla carta, puntava al risanamento del territorio già interessato da attività estrattive.
Negli anni successivi, però, quel progetto si è trasformato in qualcosa di diverso. A gennaio 2024 è stato presentato un piano che prevede l’estrazione di 694.670 metri cubi di calcare in cinque anni, con l’aggiunta di un “riuso” finale: un’arena da 2.500 posti, con parcheggi, bar e una pista ciclabile.
“Questa è la cosa più subdola – commenta l’avvocato Iolanda Coscia, portavoce del Comitato Civico No Cave –. Si prova a mascherare un intervento devastante con la scusa della cultura e del tempo libero. Prima si scava, poi si promette un’arena”.
Un passaggio cruciale avviene nel febbraio 2023, quando un decreto regionale decide di escludere il progetto dalla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA). Nella motivazione ufficiale si sostiene che l’area non fosse interessata da attività estrattive e che non ci fossero vincoli significativi.
Ma la relazione tecnica allegata al progetto diceva tutt’altro: l’area non solo era già stata scavata, ma ricadeva in ZAC (Zona Altamente Critica) e in area a rischio di frana R4.
“Questi documenti sono pubblici – sottolinea l’avvocata –. Basta leggerli per capire che qualcosa non torna. Da un lato si dice che non ci sono vincoli, dall’altro la relazione tecnica ammette che ci troviamo in un’area ad altissimo rischio”. In più, il nuovo piano prevede un ampliamento di circa il 20% in più di estrazione rispetto alla proposta originaria. Per capirci, si tratta di 18.118 metri quadrati di territorio già coperto da alberi e da vegetazione.
La prima seduta della Conferenza dei Servizi si è svolta il 16 gennaio 2024. Da allora, l’iter ha subito una serie di rinvii e sospensioni.
L’area interessata dal progetto non è un sito qualsiasi: è attraversata dall’Acquedotto Carolino, riconosciuto come patrimonio UNESCO dal 1997. In particolare, nella zona ricadono i torrini di ispezione n. 55, 56 e 57. Si trova a brevissima distanza dai pozzi idrici del Comune di Valle di Maddaloni, fondamentali per l’approvvigionamento della comunità.
“Non possiamo sottovalutare questi aspetti. Qui passa l’acquedotto vanvitelliano, un bene mondiale – afferma l’avvocato Coscia – E ci sono i pozzi che garantiscono l’acqua a migliaia di persone. Un intervento di scavo così massiccio può compromettere entrambi. Non è un rischio che possiamo correre”.
Dal certificato di destinazione urbanistico rilasciato dall’Uff. Tecnico del Comune di Caserta, ed allegato al verbale della CdS del 7 agosto 2025, non emerge alcun vincolo paesaggistico e linea di fuoco. Questa circostanza se fosse vera andrebbe in contrasto con il provvedimento dell’altro progetto Cava di General Sindes, la località è la medesima Provine Pioppi e il percorso dell’Acquedotto è quello, non è mutato. Di seguito lo stralcio del documento:

Un altro elemento controverso riguarda gli incendi boschivi. Secondo il certificato di destinazione urbanistica del Comune di Caserta, l’ultimo incendio in quell’area risalirebbe al 2007. Ma i residenti raccontano un’altra storia. Molti ricordano roghi quasi ogni estate, l’ultimo dei quali nel giugno 2025. Infatti, potete trovare un nostro reel su Instragram in merito e con un articolo nel nostro mensile di luglio, dove raccontavamo già la natura geologica di queste nostre montagne. La zona è infatti parte della cosiddetta “linea di fuoco”, attraversata regolarmente dalle fiamme.
“Se c’è stato un incendio, scatta un vincolo di 15 anni in cui non si può toccare nulla. Non è un dettaglio: è la legge. Per questo abbiamo chiesto alle autorità di verificare con attenzione, anche consultando gli archivi dei Carabinieri Forestali. Non accettiamo che venga spacciata per intatta una zona che brucia quasi ogni anno”.
Il progetto non si limita alla cava già sfruttata: prevede di intervenire anche su aree vergini, ancora integre, ricche di vegetazione e fauna. “In queste zone ci sono boschi, flora particolare, volpi e specie segnalate dal WWF. Sono luoghi di grande valore naturalistico, che meritano di essere protetti. Invece vogliono abbattere tutto in nome dell’estrazione. È una scelta miope e pericolosa”.
“Garzano è una frazione che ancora oggi ricorda, con terrore, ciò che accadeva trent’anni fa, quando la cava era aperta e attiva. I cittadini ricordano bene quel periodo: fortunatamente, a lavorare in cava c’era “un buon uomo” – che, cinque minuti prima che venissero fatte esplodere le mine, avvisava a gran voce gridando “Attenti mine!”. È il racconto di Francesca Brizzi del Comitato Civico No Cave. “A quel punto tutti gli abitanti di Garzano erano costretti a scappare, a nascondersi nelle case o in qualsiasi rifugio possibile, perché arrivavano macigni e pietre enormi che distruggevano tutto quello che incontravano. Ecco perché oggi siamo di fronte a quella che considero una vera e propria mortificazione del territorio. Il problema più grave, poi, riguarda quanto accaduto durante la Conferenza dei Servizi del 7 agosto 2025: non si è presentata l’Autorità di Bacino, non si è presentata l’ASL – Dipartimento di Prevenzione, e mancava anche l’ARPAC. In sostanza, quasi tutti gli enti chiamati a esprimersi erano assenti. E queste assenze si traducono in un fatto gravissimo: il loro silenzio equivale a silenzio-assenso”.
Il Comitato non è solo. Alla battaglia si sono unite WWF, Legambiente e altre associazioni ambientaliste, insieme alla Curia e al Vescovo di Caserta Mons. Pietro Lagnese che ha parlato solo qualche giorno fa in questo modo: “Se veramente lo scopo è quello di riqualificare – scrive Monsignor Lagnese – lo si faccia attraverso l’adozione delle più moderne tecniche di ingegneria naturalistica ma senza permettere l’estrazione di altro materiale calcareo. Sarebbe questo un premio dato a chi in passato ha lucrato violando le leggi civili e quelle divine sul rispetto del Creato”. Insomma, anche da parte di Sua Eccellenza, una contrarietà totale per l’estrazione in quelle montagne già danneggiate.
L’appuntamento decisivo è quindi la Conferenza dei Servizi decisoria, fissata per domani 23 settembre 2025, alle ore 10:00, presso il Genio Civile di Caserta in via Cesare Battisti. Dovrebbero presenziare anche la Soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio per le province di Caserta e Benevento e la Direttrice della Reggia di Caserta Tiziana Maffei. Noi di Informare ci saremo.
di Luca De Matteis e Gianrenzo Orbassano
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