
L’inchiesta di Informare sui dettagli della vicenda che ha scosso la provincia
Tutti, percorrendo in macchina la variante di Caserta, ci siamo chiesti almeno una volta nella vita cosa sia successo alle colline che fanno parte del territorio casertano. Gran parte di quella fascia collinare sembra essere stata “mangiata” da una gigante bocca. Sono le cave, oramai parte integrante di quei paesaggi. 448 sono quelle censite in provincia tra attive, dismesse e abusive. Le nostre colline hanno una particolarità: sono di origine calcarea, prezioso materiale per l’edilizia.
A Caserta è riemersa negli ultimi mesi la questione cave in particolare su due progetti di “riqualificazione ambientale”, una sulla cava tra Valle di Maddaloni e Caserta, l’altra sita in località Garzano a Caserta. Progetti che di riqualificazione avrebbero ben poco: dalla lettura dei progetti, si evince l’estrazione di oltre 3 milioni di m³ di materiale calcareo tra Garzano e Valle di Maddaloni. Il Comitato ‘No Cave’, guidato dagli avvocati Iolanda Coscia e Armando Corsini con l’attivista Francesca Brizzi, sostenuti da WWF, ambientalisti, società civile, associazioni e Curia, ha fortemente denunciato rischi ambientali, paesaggistici e sanitari: polveri sottili, rischio idrogeologico (R4), danni al patrimonio UNESCO e un traffico stimato di 250mila camion. Ma capiamo meglio di cosa parlano questi due progetti e come sembrerebbero essersi concluse le due vicende.
Il progetto presentato dalla General Sindes Spa per la cava sita tra Valle di Maddaloni e Caserta, è finita al centro di un acceso dibattito. L’iniziativa, formalmente denominata “programma di dismissione e recupero ambientale”, prevedeva in realtà l’estrazione e il ritombamento di oltre 2,3 milioni di metri cubi di calcare in otto anni, su una superficie di circa 93mila mq. Dalla documentazione analizzata da Informare emergono numerosi vincoli e criticità. L’area ricade nelle Zone Altamente Critiche (ZAC) individuate dal PRAE 2003 (Piano Regionale delle Attività Estrattive), che ne prevedeva la dismissione entro il 2005, prorogabile al massimo al 2008. Nonostante ciò, la cava è rimasta operativa oltre i termini stabiliti. Inoltre, la particella 46 coinvolta nel progetto è soggetta a uso civico (pascolo e bosco) e non può essere alienata senza consenso comunale. Un altro punto critico riguarda il rischio idroge-ologico: la cava ricade in area classificata R4 (rischio frana molto elevato).

A ciò si aggiunge la vicinanza alla buffer zone UNESCO dell’Acquedotto Carolino, tutelata dalla Reggia di Caserta e dalla Soprintendenza: nell’area si trovano torrini di ispezione ancora oggi utilizzati per la gestione delle acque.Non meno rilevante la questione sanitaria: a soli 700 metri si trovano i pozzi comunali di Valle di Maddaloni, unica fonte autonoma di approvvigionamento idrico. Secondo il Comitato No Cave, l’utilizzo di esplosivi e il successivo ritombamento con materiali di risulta potrebbe compromettere le falde acquifere. La relazione geologica allegata al progetto ridimensiona queste preoccupazioni, ma il rischio resta concreto agli occhi della cittadinanza. Sul fronte della viabilità, i cittadini denunciano già oggi il traffico massiccio dei camion provenienti dalle cave attive, con gravi problemi di sicurezza stradale. L’ulteriore attività estrattiva aggraverebbe una situazione già insostenibile.
Decisivo è stato l’intervento della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Caserta e Benevento e della Direzione della Reggia di Caserta, che hanno ribadito l’incompatibilità tra la nozione di “riqualificazione” e ulteriori escavazioni. A ciò si è aggiunta la posizione netta del Comune di Valle di Maddaloni, che con atto formale ha negato la conces-sione della particella 46. Alla luce di questi elementi, la conferenza dei servizi istruttoria del 18 settembre 2025 ha verbalizzato il progetto come improcedibile,segnando un importante punto a favore delle parti civili che si oppongono alla ripresa delle attività estrattive in un territorio già duramente provato.
Passiamo alla cava sita in località Garzano di Caserta: Il progetto di “riqualificazione ambientale” presentato da Cava Mineraria Srl è stato anch’esso al centro di polemiche fin dal suo riemergere nel 2019. In origine veniva presentato come un intervento di recupero — ma i documenti più recenti ne prevedono l’estrazione di 694.670 metri cubi di calcare in cinque anni, con l’aggiunta (solo “a valle”) di un’arena da 2.500 posti, parcheggi e pista ciclabile. Uno degli aspetti più contestati è l’esclusione dalla VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) già nel 2023, motivata ufficialmente con l’assenza di vincoli e di carattere estrattivo dell’area. Ma la relazione tecnica allegata al progetto stesso conferma chel’area ricade in Zona Altamente Critica (ZAC), con rischio di frana R4, e che parti erano già sottoposte a estrazione.

Tra i vincoli coinvolti vi è la buffer zone UNESCO dell’Acquedotto Carolino, con torrini di ispezione ancora funzionanti, nonché la prossimità ai pozzi idrici del Comune di Valle di Maddaloni, che alimentano la rete locale. Il Comitato ‘No Cave’ ha denunciato il rischio di compromissione delle falde, potenziali inquinamenti e la trasformazione di ambienti naturali in spazi “ricreativi” con prelievi intensivi di materiale. Nella conferenza dei servizi decisoria del 23 settembre 2025, tenuta al Genio Civile di Caserta, il progetto ha ricevuto un parere negativo, giudicato non compatibile con le esigenze di tutela paesaggistica e ambientale.
di Luca De Matteis e Gianrenzo Orbassano
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