
Percorrendo in macchina la variante di Caserta ci si viene da chiedere cosa sia successo al paesaggio. Le colline della zona sembrano essere state “mangiate” da una gigante bocca. La bocca, in realtà, non è stata quella di un gigante, ma dei molteplici escavatori dei cosiddetti “cavaioli” che negli anni hanno estratto materiale calcareo dalle montagne. 448 è infatti il numero delle cave attive, dismesse, abusive o abbandonate presenti nella provincia di Caserta. Un numero allarmante. Alla notizia – passata quasi inosservata sul finire di un’estate che sta per segnare la fine di un mandato presidenziale regionale – di una possibile riapertura di due cave in molti cittadini si sono preoccupati. D’altronde, il ricordo delle mine e delle polveri nell’aria è ancora intatto nella memoria dei casertani.
Il progetto in questione, tra l’altro, non sembrava suggerire un’apertura di una cava. “Riqualificazione ambientale” c’è scritto, dietro alla quale si nasconde artatamente un’estrazione di oltre 3 milioni di metri cubi da due cave collocate tra Garzano (frazione di Caserta) e Valle di Maddaloni. È così che è nata la denuncia del “Comitato Civico No Cave”, rappresentato dall’avv. Iolanda Coscia. La segnalazione dell’avvocata ha avuto poi seguito anche da parte di WWF Caserta.
Andando a scavare tra i documenti regionali, poi, il quadro è risultato essere ancor più allarmante. Un Disegno di Legge “Disposizioni in materia di estrazioni dai corsi d’acqua, riqualificazione delle cave e contributi e polizze per attività estrattiva. Modifiche alla legge regionale n. 54/1985”. Reg. Gen. n. 458, che sta per essere discusso potrebbe permettere a questa “riqualificazione ambientale” di realizzarsi per poter estrarre svariati metri cubi di materiale da montagne e che sono già state enormemente devastate in passato. Abbiamo ricostruito il caso della riapertura delle cave a Caserta passo per passo, con la collaborazione dell’avv. Coscia e di altri membri del Comitato.
Innanzitutto, la presidente del Comitato ci tiene a precisare sul numero delle cave: «448 è il numero di cave (attive, autorizzate, dismesse, abusive o abbandonate) dell’intera provincia di Caserta stimato da un rapporto di Legambiente risalente al 2017. Ma è un dato allarmante perché è un dato opaco, non è emerso da un registro pubblico».
Ed è anche per questo motivo che quando si tratta di questa tematica, i cittadini della zona subito si allarmano, come è stato questo il caso: «Dietro al termine ‘riqualificazione’ o ‘recupero ambientale’ c’è l’estrazione di materiale calcareo dalle montagne, perché le cave presenti a Caserta e provincia sono di questo materiale. Con la sua estrazione si vanno ad estrarre i cosiddetti carbonati, un materiale preziosissimo non solo nell’edilizia ma anche nel campo farmaceutico». E allora perché secondo il Comitato la riqualificazione è un inganno? «Perché per ‘recupero’ o ‘riqualificazione ambientale’ il cittadino medio si aspetta un programma di rispetto ambientale, non tagliare alberi, cavare la montagna, distruggerla ulteriormente».
Di fatti, ai cittadini casertani le cave non fanno riemergere bei ricordi: «Il territorio di Caserta è già stato martoriato, 30 anni fa hanno compiuto opere di sciacallaggio contro le montagne. Se percorriamo la variante che va da Valle di Maddaloni, Maddaloni, Caserta, fino a Santa Maria Capua Vetere vediamo montagne ‘mangiate’». E il Comitato non vuole saperne: «Altro non vogliono fare che continuare a sventrarle, ridurle all’osso, cavando materiale calcareo. Ma ciò non è rispettoso dell’ambiente, soprattutto non si ha rispetto del paesaggio, del patrimonio artistico, culturale presente nel nostro territorio che rientra nel patrimonio dell’umanità». Una delle zone interessate, infatti, è nelle vicinanze dell’Acquedotto Carolino, patrimonio UNESCO.
Anche da un punto di vista della salute sono molti i dubbi: «Con queste operazioni estrattive verrano sprigionate polveri sottili. La letteratura medico-scientifica evidenzia che c’è un nesso causale tra l’inalazione di queste polveri sottili e malattie respiratorie e oncologiche» denuncia l’avv. Coscia. Anche dal punto di vista ambientale «si altera l’ecosistema, la biodiversità. Questo avrà ripercussioni anche nel futuro, perché con i cambi climatici che ci sono, è un dato risaputo che la mano dell’uomo andrà a peggiorare la situazione esistente. Su questo territorio il rischio idrogeologico è altissimo, anche nei rapporti dei progetti presentati è evidenziato un rischio corrispondente alla sigla R4, che è il massimo».
Anche Francesca Brizzi del Comitato No Cave osserva ha analizzato dei numeri preoccupanti: «Sono previsti oltre sei milioni di metri cubi di materiale movimentato e circa 250.000 camion in transito negli anni. Questo significa malattie respiratorie, tumori, un territorio ridotto a città fantasma». Alle denunce del Comitato si è unita la voce dell’avvocato ambientalista Armando Corsini, firmatario dei ricorsi CEDU: «Il tema cave è intrecciato con quello della Terra dei Fuochi. Non si tratta solo di deturpare l’ambiente, ma di chiedersi cosa ci mettono e cosa ci hanno messo dentro queste cave. La popolazione fino a poco tempo fa ignorava ciò che stava accadendo, oggi grazie all’impegno degli attivisti la verità sta emergendo».
Ed è questo il caso delle due cave in questione “scoperte” quasi per caso da Iolanda e da un piccolo gruppo di amici: «Consultando l’albo pretorio del Comune di Valle di Maddaloni, e poi andando a consultare il sito della regione, ci siamo imbattuti in questa conferenza dei servizi. Era subito dopo la metà di luglio e già si erano tenuti due incontri di questa conferenza di servizi istruttoria per il progetto di ‘riqualificazione ambientale’ presentato dalla General Sindes SPA, sita in località Provine-Pioppi nei Comuni di Caserta e Valle di Maddaloni».
I membri del Comitato No Cave non sapevano ancora, però, che in realtà non era uno solo il progetto che stava venendo discusso. Ce n’era un altro, a pochissima distanza dal primo sempre in località Provine-Pioppi, presentato dalla società Cava Mineraria SRL. In totale oltre 3 milioni di metri cubi da estrarre. Prossimamente andremo ad analizzare caso per caso come siano nati questi progetti e come gli sia ancora permesso di discuterne nonostante tutti i vincoli vigenti.
di Luca De Matteis e Gianrenzo Orbassano
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