
L’ansia, l’insonnia, la consapevolezza di un dolore, la paura. Sono le cose che Cecilia Sala ha raccontato a Che Tempo Che Fa da Fazio nella puntata del 19 gennaio. La giornalista de Il Foglio e di Chora Media è stata liberata lo scorso 8 gennaio dopo 21 giorni di detenzione nel carcere iraniano di Ervin, in Iran. “Sono stata fortunata a stare dentro solo 21 giorni, e di conseguenza il recupero per me è stato più rapido di molte altre persone nella mia condizione – ha sottolineato -. Ero sicura che sarei rimasta più a lungo. Questa è stata l’operazione più rapida dagli anni Ottanta, e io conoscevo gli altri casi, sapevo che 21 giorni non erano molti. Le ultime sere quando sono arrivate le lenti a contatto, un libro e una compagna di cella. Ho pensato: ‘Okay, posso stare qui anche di più’.”
Racconta del momento più felice: “Quando mi hanno liberata pensavo volessero portarmi da un’altra parte, perché non si fidavano a lasciarmi lì – ha continuato la giornalista -. Ma quando, all’aeroporto militare, ho visto un uomo che non poteva non essere italiano, ho fatto il sorriso più bello della mia vita“.
I dettagli della prigionia sviscerati in puntata dalla giornalista a Fazio sono toccanti. “Gli interrogatori avvenivano ogni giorno, per 15 giorni, incappucciata – ha spiegato Cecilia Sala -. Sei sempre solo anche quando non sei solo, quando qualcuno ti interroga sei incappucciato, faccia al muro. Il giorno prima della mia liberazione, annunciata alle 9 di mattina dell’8 gennaio, mi hanno interrogato per dieci ore: mi interrogava sempre la stessa persona. L’ultimo interrogatorio prima della mia liberazione è durato dieci ore di seguito, con brevi pause e incappucciata”.
Per la giornalista, il crollo emotivo e fisico, è stato inevitabile. “C’è stato un momento in cui sono crollata e mi hanno dato una pasticca per calmarmi – ha aggiunto -. Mi interrogava sempre la stessa persona che parlava inglese e dalle domande che mi faceva ho capito che conosceva bene l’Italia. Erano persone colte. Non mi hanno mai fatto male, non mi toccavano nemmeno, mi portavano in giro con un bastone perché non li toccassi”.
Cecilia Sala si trovava in Iran con un regolare visto giornalistico, ed era impegnata in nuove puntate del podcast Stories. La giornalista poi, è stata arrestata il 19 dicembre in un hotel a Teheran. Il 27 dicembre il ministero degli esteri italiano ha reso pubblica la notizia, confermando che l’ambasciatrice italiana aveva potuto incontrarla nella prigione di Evin. L’arresto di Sala è avvenuto pochi giorni dopo quello di un ingegnere iraniano, Mohammad Abedini Najafabadi, fermato a Milano su richiesta degli Stati Uniti. Questo dettaglio ha sollevato ipotesi su un possibile legame tra i due eventi.
“Io ero lì con un permesso da giornalista, avevo richiesto le interviste un mese prima – ha raccontato Sala a Fazio -. Hanno bussato alla mia camera mentre lavoravo e da quel momento non ho più potuto fare nulla: né chiamare l’ambasciata, né un avvocato iraniano, nulla. Il giorno dopo mi hanno fatto fare tre chiamate per giustificare la mia sparizione. Ero bendata e con il viso schiacciato al sedile, ma dalla strada ho capito che mi stavano portando a Evin”.
La giornalista ha aggiunto: “Ho pensato molto e preso in considerazione l’ipotesi che fosse una detenzione illegittima e che lo sapessero anche loro, ma ho anche provato a pensare a cosa potesse avergli dato fastidio. Ma erano interviste annunciate fin da quando ho chiesto il visto. C’era qualcosa che non tornava nel mio arresto. Ho capito che ero un ostaggio quando mi hanno detto che era morto Jimmy Carter – il presidente della crisi degli ostaggi -, l’unica notizia dall’esterno che mi hanno dato”.
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