
L’elezione di Elly Schlein a segretaria del Partito Democratico è arrivata come un fulmine a ciel sereno, come un fatto capace di stravolgere gli equilibri dominanti in gioco. Quasi paragonabile al Napoli di Luciano Spalletti, che dopo più di trent’anni sta per riportare lo scudetto nella città partenopea, ad eccezione del fatto che la squadra campana sta costruendo la sua vittoria mattone dopo mattone, ed ora i tifosi attendono solo la matematica. Il successo di Schlein, invece, è arrivato senza preavviso: data solo al 25-30% nei sondaggi di alcuni mesi fa, la neo-eletta segretaria ha superato in extremis il rivale-amico Stefano Bonaccini, con una differenza di 5-6% di voti. Proprio come il Napoli (i lettori perdoneranno di nuovo un paragone quasi banale), Schlein è il sinonimo del nuovo che avanza, che si contrappone alle vecchie figure e ai vecchi poteri politici.
A 38 anni, gli stessi di Matteo Renzi quando divenne segretario del Pd, è la leader più giovane del partito del Nazareno, al vertice del quale per la prima volta si posiziona una donna. Tra gli obiettivi elencati da Schlein nella conferenza di questa notte se ne cela uno indiretto, non citato per ora: contrastare la disaffezione politica giovanile. Le premesse ci sono tutte.
Cinque mesi fa l’elezione di Giorgia Meloni alla guida del governo ha scritto la storia. Mai l’Italia aveva avuto una donna premier dalla nascita della Repubblica e dall’entrata in vigore della nuova Costituzione degli anni Quaranta. Il dibattito nell’opinione pubblica fu lungo ed acceso, con dichiarazioni del tipo: “la destra è riuscita a raggiungere quell’obiettivo che la sinistra ha solo auspicato nel tempo, ma mai centrato” oppure “quello che doveva essere fatto da forze politiche progressiste è stato realizzato da un partito conservatore”. Ma la vittoria di Elly Schlein di ieri, contro un Bonaccini dato sempre in vantaggio nei sondaggi fino a pochi giorni prima del voto, rappresenta una sorta di rivincita della sinistra e delle quote rosa in politica, e rimescola le carte in gioco.
Basti pensare al fatto che oggi i primi due partiti italiani, Fratelli d’Italia e Partito Democratico, i quali hanno ottenuto insieme quasi il 50% delle preferenze alle ultime elezioni politiche di settembre, rappresentano più o meno la metà dell’elettorato italiano, e sono diretti da due donne. Figlie di due ideologie completamente opposte, nei prossimi anni si preannuncia un duello tutto al femminile, con Giorgia Meloni da una parte ed Elly Schlein dall’altra. Non avendo esperienze simili pregresse, sarà sicuramente un bel banco di prova sia per entrambe le figure che per l’Italia e gli italiani.
Cosa significa essere di sinistra? Se per un attimo provassimo a guardare indietro e agli scorsi decenni della storia politica italiana, ci accorgeremmo che essere di sinistra ha sempre significato nell’insieme essere riformista, stare dalla parte delle fasce più deboli della società con l’adozione di politiche a loro favore ed essere progressisti, rivolgere cioè il proprio sguardo in avanti senza pensare al tempo passato. Tutti elementi dimenticati dalla sinistra e dal Partito Democratico negli ultimi venti anni: l’ultima riforma consistente in Italia risale al biennio 2000-2001, con la modifica del Titolo V della Costituzione, grazie alla quale venne introdotto il Sistema sanitario regionale. Da quel momento l’Italia ha trascorso due decenni di immobilità politica e riformistica, inizialmente per l’adozione dell’euro come moneta, che ha permesso una riduzione dei tassi di interesse sul debito e, di conseguenza, una piccola ripresa economica; e poi per la crisi economico-finanziaria del 2008, la quale ha generato l’esplosione del debito pubblico italiano.
Nella conferenza stampa post-voto e nei diversi incontri in tutta la penisola con i cittadini, Elly Schlein ha rimarcato tutte le caratteristiche appartenenti alla sinistra tradizionale, parlando del salario minimo come uno dei primi punti da cui partire e del bisogno di una serie di riforme a favore delle fasce meno agiate della società. Cose dette e ribadite anche dai suoi predecessori, ma Schlein ha alle spalle un passato da attivista e di iniziative sempre favorevoli ai più deboli con meno diritti, il che la rende quantomeno diversa dagli altri. Più attivista che politica, l’augurio dei suoi elettori è che possa rimanere in questa posizione di limbo.
Un dato dal quale partire è l’affluenza alle urne di ieri: circa 1 milione di persone ha votato alle primarie dem. Un numero non certo basso se si considera che il voto non era riservato a tutti, un numero che fa ben sperare e che dimostra il fatto che gli italiani non hanno perso del tutto la loro fiducia nei confronti della politica. La vittoria di Elly Schlein può rappresentare un vero e proprio spartiacque: per la prima volta il Partito Democratico ha come leader una figura che è allo stesso tempo donna, omosessuale e in prima linea nella battaglia per l’ambiente, sulla scia del modello di Fridays for Future. Le ultime due caratteristiche potrebbero segnare una svolta in un paese dove la classe politica dirigente non ha mai soddisfatto appieno le richieste della comunità LGBTQIA+ e degli ambientalisti, istanze che interessano particolarmente i giovani. Come detto all’inizio, le premesse ci sono tutte.
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