
Da circa 9 anni a questa parte c’è una frase che periodicamente pronuncio alle nuove conoscenze che mi capita di fare: “Sono uno scout” dico tutto d’un fiato, con la curiosità di ascoltare le reazioni a questa affermazione, e negli anni ne ho viste tante. Il più delle volte il volto del mio interlocutore è stupito, accompagnando il tutto con una semplice domanda: “ma che cosa fate agli scout?”. Ora, da persona che si fregia di avere una buona proprietà di linguaggio ci si aspetterebbe una risposta precisa, dettagliata, breve ma soddisfacente. Ma nella maggior parte dei casi la mia risposta consiste in una serie di farfugliamenti alternati a parole generiche che cercano di riassumere in poche parole ciò che ho praticato per metà della mia vita. Cosa rispondereste se vi dicessero di descrivere tutte le esperienze della vostra adolescenza in una frase? Ecco, io mi sono sempre sentito così. E per questo ho deciso di dedicare più di una frase allo scoutismo, cercando di raccontare a tutti in cosa consista questo movimento.
Lo scoutismo è innanzitutto una forma di proposta educativa, con origini non molto recenti. È stato fondato da Sir Robert Baden-Powell, un generale dell’esercito britannico, che nel 1907, a Brownsea, in Inghilterra, tenne il primo campo scout della storia, in cui cercò di applicare su 20 ragazzi le teorie educative che aveva elaborato in un fascicolo che verrà pubblicato col nome di “Scoutismo per ragazzi”. Nasce come formazione paramilitare, con gradi e ruoli, ma con un obiettivo diametralmente opposto a quello di educare i ragazzi alla guerra: la volontà di Baden-Powell era quella di formare una generazione di giovani capaci di vivere in comunione fisica e spirituale con la natura, lavorando in sintonia con gli altri, istruendoli a provvedere a sé stessi anche con poco materiale a disposizione. L’innovazione di una proposta che non puntasse all’egemonia ma ad un’educazione pura per i ragazzi evidentemente funzionò, anche in Italia. Ma troppo pacifico, troppo egualitario per il fascismo, venne messo fuorilegge nel ‘28, e da lì molti gruppi continuarono a tenere campi scout agendo in clandestinità, aiutando i partigiani come staffette per la consegna di documenti o materiali per le azioni. Ad oggi a livello mondiale si contano oltre 38 milioni di scout, mentre in Italia ci sono più di 230 mila ragazzi e adulti che aderiscono alle oltre 40 associazioni diverse presenti, tra laiche e cattoliche.
La principale associazione scoutistica italiana è l’AGESCI, di cui faccio parte tramite il gruppo Giugliano 1°. AGESCI sta per “Associazione Guide E Scouts Cattolici Italiani”, e da sola conta più di 180 mila membri. L’associazione, tecnicamente un ente del terzo settore, ha una forte componente legata al territorio in cui i ragazzi vivono, perché i gruppi mettono in contatto ragazzi della stessa città, per poi riunirsi in zone e regioni. Si lavora in branche, divise per età: il Branco/Cerchio per i più piccoli (8-11 anni, Lupetti e Coccinelle), il Reparto per i ragazzi più grandi (11-16 anni, Esploratori e Guide), e il Clan/Fuoco per i giovani (16-21 anni, Rover e Scolte). Anche le attività proposte sono diverse, ma tutte si basano sull’“imparare facendo”, nel Branco con il gioco, nel Reparto con l’esplorazione, nel Clan con il servizio. È con questa gradualità che, pur essendo entrato in ritardo rispetto agli altri ho imparato a vivere in una dimensione di gruppo, per poi spostarmi verso una dimensione più individuale nel clan, in cui ogni ragazzo, uomo o donna che sia, impara a camminare sulle proprie gambe, letteralmente, e a prendere delle scelte indipendentemente dagli altri e con coscienza e responsabilità verso di loro.
Potrò forse deludervi, ma da scout non ho mai venduto personalmente nemmeno un biscotto, né tantomeno porta a porta. La realtà è che nonostante ogni associato contribuisca in parte economicamente alla riuscita delle attività, i ragazzi sono spinti fin da piccoli ad autofinanziarsi, producendo piccoli manufatti o cucinando qualcosa da distribuire per la città chiedendo un piccolo contributo, in modo da raccogliere abbastanza denaro per evitare di gravare eccessivamente su famiglie e genitori. Sì, talvolta si opta anche per i biscotti, ma questi sono il mezzo, mai il fine delle attività.
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