
Ma cosa vuol dire mobbing? Il termine “mobbing” deriva dall’inglese “to mob”, che significa “assalire”, “aggredire”. Ma al di là delle definizioni asettiche: in ambito lavorativo, il mobbing rappresenta una serie di comportamenti vessatori, umilianti e persecutori messi in atto da superiori o colleghi nei confronti di un lavoratore. Questo fenomeno si manifesta attraverso molestie psicologiche, esclusione sociale, delegittimazione professionale e, talvolta, vere e proprie aggressioni verbali.
In Italia, il mobbing è un fenomeno sussurrato, appena percepito. In un Paese dove il lavoro è un’identità, una missione quasi sacra – tranne nei casi quando il lavoro equivale a dire morte – ammettere di essere vittima di mobbing significa confessare una debolezza, una fragilità che non trova posto nel panorama del nostro orgoglio nazionale. Si parla poco di mobbing non perché non esista, ma perché il silenzio è la sua ombra più fedele. È una guerra sotterranea, combattuta con armi invisibili: parole taglienti, esclusioni subdole, delegittimazioni silenziose.
Per la Cassazione, il mobbing consiste in un insieme di comportamenti di molestia e/o persecuzione, prolungati nel tempo e lesivi della dignità personale e professionale del lavoratore nonché della salute psicofisica di quest’ultimo, perpetrati nei suoi confronti da superiori e/o colleghi. Lo scopo delle molestie è l’isolamento del dipendente, la sua emarginazione, la sua umiliazione.
Le cause del mobbing sono molteplici e spesso nascoste nelle pieghe dell’animo umano. C’è la gelosia di chi vede minacciata la propria posizione, l’invidia corrosiva che trasforma i colleghi in avversari. C’è la paura del diverso, di chi porta una visione nuova che scuote le vecchie abitudini. E poi c’è il potere, quel potere meschino e miserabile che alcuni esercitano non per costruire, ma per distruggere, per sentirsi forti nell’annichilimento dell’altro.
Il mobbing è una malattia dell’anima che divora lentamente. Ogni giorno per le vittime diventa una lotta per mantenere un barlume di autostima, mentre l’ansia stringe il cuore in una morsa. Si dorme poco, e male. La mente non trova pace, il corpo somatizza il dolore: mal di testa, problemi gastrointestinali, un costante senso di oppressione. È un lento naufragio nel mare dell’indifferenza.
Perché c’è questa coltre di omertà che avvolge tutto? Perché siamo un popolo che ancora crede nel mito del “mangia, bevi e taci”? In molti uffici e fabbriche, regna una cultura del silenzio, una tolleranza quasi connivente verso i comportamenti abusivi. Denunciare significa esporsi, rischiare ritorsioni, essere etichettati come piantagrane. E così, si preferisce sopportare, stringere i denti, sperando che la tempesta passi.
La formazione sul rispetto reciproco e sulla gestione dei conflitti è spesso una chimera, relegata ai margini delle priorità aziendali. Le istituzioni, pur riconoscendo il problema, sono spesso impotenti di fronte alla complessità burocratica e alla lentezza della giustizia. Le leggi esistono, ma sono strumenti spuntati senza una chiara definizione del fenomeno. L’articolo 2087 del Codice Civile, che impone al datore di lavoro l’obbligo di tutelare l’integrità fisica e morale dei dipendenti, resta spesso lettera morta.
Il mobbing è una piaga nascosta che corrode le fondamenta del nostro tessuto sociale e lavorativo. È necessario un cambiamento radicale, un’illuminazione collettiva che metta al centro il rispetto e la dignità delle persone. Le istituzioni, le aziende e la società civile devono collaborare per creare una cultura della prevenzione e del supporto alle vittime.
ùIl mobbing non è un problema del singolo individuo che lo subisce, ma è un fenomeno che arreca pregiudizio alla qualità della vita di relazione ed al benessere non solo psicofisico – ma anche economico -del tessuto sociale, danneggiato dai disservizi e dallo spreco delle risorse pubbliche che il mobbing produce, sia per i costi che il servizio sanitario dovrà sostenere per trattamenti terapeutici, farmacologici, ricoveri della vittima, sia per l’incremento delle spese causate dagli oneri previdenzali ed assistenziali (assenze per malattia, pensionamenti anticipati, invalidità, mobilità) che ne derivano, a carico della collettività.Il mobbing, se commesso sul lavoro, è considerato dall’INAIL possibile causa di malattia professionale indennizzabile.
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