
Gli Hijra costituiscono una delle comunità di genere più antiche e complesse del subcontinente indiano. Da secoli presenti nella vita religiosa, sociale e culturale dell’India e dei Paesi limitrofi, hanno ricoperto ruoli rituali e istituzionali, pur subendo in epoche successive processi di marginalizzazione e stigmatizzazione. La loro storia attraversa mitologia, imperi e repressione coloniale, fino alle moderne battaglie per il riconoscimento giuridico e i diritti civili.
Il termine Hijra si riferisce a una comunità di persone che si identificano come appartenenti a un terzo genere, distinto dal maschile e dal femminile, presente storicamente nel subcontinente indiano. Secondo l’antropologa Serena Nanda, le Hijra sono “una comunità organizzata con una propria cultura, spiritualità e struttura gerarchica”. Tradizionalmente, gli Hijra sono nati biologicamente maschi o intersessuali, ma non si identificano con il genere maschile. Molti di loro scelgono un’espressione femminile e vivono in gruppi comunitari. Nella cultura indiana, sono riconosciuti come una categoria di genere a sé stante. Una storia millenaria che li lega a figure religiose, rituali e spirituali. L’India riconosce ufficialmente il terzo genere dal 2014, grazie a una storica sentenza della Corte Suprema (National Legal Services Authority vs. Union of India), che ha sancito il diritto all’autodeterminazione del genere.
Oltre all’identità di genere, la condizione degli Hijra è spesso legata a una serie di fattori socioeconomici. Molti provengono da contesti di emarginazione, povertà e rifiuto familiare, trovando nella comunità Hijra un sistema di supporto e riconoscimento identitario. Secondo un rapporto dell’UNDP (United Nations Development Programme, 2018), oltre il 62% delle persone transgender e Hijra in India vive in condizioni di vulnerabilità economica, senza accesso stabile a istruzione, impiego o assistenza sanitaria. La comunità Hijra assume dunque anche un ruolo funzionale, offrendo protezione, regole interne e strutture di mutuo soccorso, che sopperiscono alle lacune dello Stato. Tuttavia, questa protezione comunitaria non può sostituire i diritti e le tutele che spettano a ogni cittadino, rendendo urgente un intervento istituzionale coordinato e inclusivo.
La presenza degli Hijra è documentata da oltre 4000 anni. Nei testi sacri indù, come il Ramayana e il Mahabharata, compaiono figure simili agli Hijra, spesso dotate di poteri spirituali o ruoli rituali importanti. Una leggenda narra che alcuni Hijra rimasero fedeli a Rama anche dopo il suo esilio, ottenendo da lui la benedizione di poter conferire fertilità con le loro preghiere. Durante il periodo islamico, soprattutto sotto l’Impero Moghul, gli Hijra ottennero un riconoscimento istituzionale e un certo prestigio sociale. Erano frequentemente impiegati come eunuchi e ricoprivano ruoli cruciali all’interno dei palazzi reali: guardiani degli harem, consiglieri politici e amministratori. I sovrani moghul vedevano in loro persone affidabili, senza legami familiari tradizionali che potessero influenzare le decisioni politiche.
Il punto di rottura nella storia degli Hijra avvenne con l’arrivo del colonialismo britannico. A partire dalla metà del XIX secolo, i funzionari dell’Impero britannico imposero un modello binario di genere e moralità vittoriana. Giudicando l’esistenza degli Hijra come deviante, oscena e contro l’ordine naturale. Nel Criminal Tribes Act del 1871, gli Hijra furono ufficialmente classificati come “tribù criminale”, e la loro esistenza fu trattata come una minaccia pubblica. La legge vietava loro di esibirsi in pubblico, benedire eventi o vivere secondo la propria identità di genere. Le pene includevano incarcerazione, sorveglianza forzata e rimozione dei figli affidati alle Hijra. Questo atto legale segnò l’inizio di una marginalizzazione sistematica, la cui eco persiste ancora oggi.
Solo negli anni 2000 la situazione ha iniziato a cambiare. In India, nel 2014, la Corte Suprema ha riconosciuto ufficialmente il terzo genere con la sentenza NALSA vs. Union of India, garantendo il diritto all’identità di genere autodeterminata. Anche in Pakistan e in Bangladesh si sono fatti passi simili, almeno a livello formale. Tuttavia, la riscrittura della storia e la piena integrazione degli Hijra nella narrazione nazionale rimangono sfide aperte. Il recupero della loro eredità storica rappresenta un atto necessario per comprendere il valore culturale e la dignità che questa comunità ha espresso per secoli, ben prima della loro esclusione coloniale.
La vita degli Hijra ruota attorno a una struttura comunitaria gerarchica, guidata da una guru che funge da madre, mentore e capo spirituale. Le nuove membri vengono accolte dopo un rituale d’iniziazione, che spesso include una cerimonia religiosa chiamata nirvan, che può includere l’asportazione chirurgica dei genitali, ma non sempre. Questo atto, per molte, rappresenta una rinascita spirituale e l’ingresso formale nella comunità Hijra.
Gli Hijra partecipano a importanti cerimonie religiose e culturali, come matrimoni e nascite, dove vengono invitate a benedire i presenti con canti e danze. La loro presenza è considerata di buon auspicio, in particolare per la fertilità e la prosperità. Le Hijra partecipano a eventi pubblici come nascite e matrimoni, offrendo benedizioni in cambio di doni o denaro, poiché si crede che posseggano un potere speciale di portare fortuna o maledizione. Durante festival religiosi come il Bahuchara Mata o il Kinnar Akhada al Kumbh Mela, celebrano con canti, danze e preghiere, onorando divinità considerate protettrici del loro genere. Questi rituali rafforzano l’identità comunitaria e mantengono viva una tradizione secolare, nonostante l’emarginazione sociale. Nonostante l’apparente marginalizzazione, queste cerimonie mantengono vivo un legame spirituale con la società, radicato in tradizioni millenarie. La religiosità Hijra è sincretica, mescolando elementi indù, musulmani e animisti. La loro vita comunitaria, profondamente strutturata e ricca di significati rituali, rappresenta una forma di resistenza e identità collettiva. Nonostante l’esclusione sociale, la loro cultura interna continua a preservare tradizioni, ruoli e valori che affondano le radici in secoli di storia e spiritualità.
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