
C’è una generazione che cresce con la sensazione costante di essere di troppo. Troppo povera per contare, troppo educata per farsi bastare la miseria, troppo viva per accettare il silenzio. Eppure, è proprio a questa generazione che la politica ha voltato le spalle. Non da oggi. Da decenni. Negli anni in cui la politica doveva ricostruire fiducia, ha costruito clientele. Negli anni in cui servivano diritti, ha moltiplicato favori. Mentre il mondo cambiava, la politica si piegava agli interessi privati, ai potentati economici, alle logiche affaristiche. E i giovani? Osservavano. Con rabbia. Con delusione. Fino a spegnersi.
Oggi il disinteresse giovanile verso la politica non è svogliatezza: è disillusione. È l’effetto collaterale di una classe dirigente che ha usato le istituzioni come bancomat, che ha svenduto il futuro per una poltrona in più. Una politica che ha sottratto spazi: culturali, educativi, sociali. E che ora si lamenta se le piazze sono vuote o se i giovani votano Rossi, Neri, o nessuno. La politica ha fallito. Non i giovani. In questo Paese, i giovani sono costretti a emigrare per lavorare, a fare i rider con una laurea, a vivere in casa con i genitori fino a trent’anni, a crescere in quartieri dove l’unica alternativa alla camorra è un’associazione sottopagata. A Napoli, a Castel Volturno, a Scampia, come a Roma, Torino, Palermo. La politica ha lasciato campo libero alla criminalità, alle mafie, alle baby gang, che riempiono il vuoto dove prima c’erano scuole, biblioteche, campetti di calcio, teatri. E mentre si parla di sicurezza, si tagliano i fondi alla prevenzione, si chiudono i consultori, si lasciano soli i minori a rischio. Chi nasce nella povertà, spesso ci resta. Chi denuncia, viene isolato. Chi resiste, viene ignorato. Ma c’è ancora chi lotta. E non ci sta.
Il cambiamento non arriva dall’alto. Arriva da chi, ogni giorno, costruisce bellezza nel fango. Dai giovani delle periferie che organizzano cineforum nei garage, dai ragazzi che trasformano beni confiscati in presìdi di legalità, dai collettivi studenteschi che chiedono diritto allo studio, dai volontari che sottraggono manodopera alla criminalità organizzata. La politica vera abita qui. Non nei talk show, non nei selfie di partito, non negli annunci in campagna elettorale. La politica è quando si riempie un’aula vuota, quando si salva una scuola dalla chiusura, quando si denuncia la corruzione nel proprio Comune.
È lì che nascono i nuovi cittadini. Non perfetti, non indottrinati, ma consapevoli. Cosa serve? Spazio. Spazi pubblici liberati dalla logica del profitto e restituiti ai giovani; educazione civica e politica vera, non folklore istituzionale; reddito, casa, accesso alla cultura, come diritti e non elemosina; una legge sulla rappresentanza giovanile a tutti i livelli locali; azioni strutturali contro la povertà educativa e il disagio psicosociale. I giovani non hanno bisogno di essere motivati: hanno bisogno di essere ascoltati e messi in condizione di agire. Serve una nuova stagione della partecipazione. Non fatta di slogan, ma di alleanze tra scuola, associazioni, enti locali, cittadini attivi. Perché un’altra politica è possibile. E parte da chi ha il coraggio di non mollare. In un’Italia sempre più vecchia e autoreferenziale, l’unico gesto rivoluzionario possibile è restare. Restare per cambiare, non per accontentarsi. Restare per ricostruire un futuro che ci è stato tolto. E gridarlo, senza più paura, a chi ha venduto tutto per interesse: noi non molliamo.
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