
“Ciao Bambino”, l’opera prima di Edgardo Pistone, regista indipendente cresciuto al Rione Traiano, sta girando le sale raccogliendo un enorme consenso, ultima tra queste il Cinema Vittoria di Aversa, portando sul grande schermo proprio il quartiere dov’è cresciuto l’autore dell’opera, ispirata in gran parte alla sua formazione adolescenziale, tra difficoltà familiari ed economiche. Sebbene la città partenopea sia uno dei soggetti più inflazionati della nostra epoca nel racconto audiovisivo, la pellicola di Pistone merita assolutamente la visione per i motivi che seguono.
“L’errore più comune è quello di dividere il mondo sempre in due parti: i buoni e i cattivi, il bianco e il nero, i grandi e i piccoli. E tutto quello che ha uno l’altro lo odia e lo vuole allo stesso momento. E quindi si può dire che sono la stessa cosa. Sempre più spesso gli adulti commettono uno sbaglio. Considerano i ragazzi esseri liberi. È un pensiero malinconico, un’idea romantica la loro, per due motivi. Il primo, loro sono i più grandi nemici della libertà. Il secondo, non lo conosco”.
Si apre così l’opera di Edgardo pistone, sospesa nel tempo grazie anche al bianco e nero della fotografia ma con una collocazione geografica ben precisa. Il film racconta le vicende di Attilio (Marco Adamo), un ragazzo che con il suo gruppo di amici vive di piccoli furti. Quando suo padre (interpretato dal vero padre del regista) esce di galera, il suo vecchio socio in affari pretende che gli sia resa un’ingente somma di denaro. Così Attilio inizia a lavorare per Martinelli (Salvatore Pelliccia). Il suo compito è quello di controllare Anastasia (Anastasia Kaletchuk), una giovane ucraina costretta a prostituirsi. I due condividono una cosa ben precisa, a cui si ricollega il monologo iniziale del film: l’assenza di libertà.
Attilio, come spiegatogli dal creditore del padre, ha provato un concetto di eredità di diversa accezione rispetto a quella solita: «C’è chi eredita le proprietà, chi i soldi… e chi eredita i guai. I guai di tuo padre mo’ sono pure i tuoi». Il nostro protagonista non si è scelto quella vita, ci è stato buttato dentro violentemente.
Al contempo, Anastasia non ha scelto la vita da prostituta, frutto di dinamiche geopolitiche che il film preferisce accantonare, e glielo si legge negli occhi, grazie a scene spietatamente perfette nel raccontare il marcio e il viscidume di quel mondo.
Chissà se è proprio da questa condivisione di un senso di prigionia che nascerà la storia d’amore dei due, che darà un colpo decisivo alla trama. Sarebbe una scelta coraggiosa del regista, che ribalta la concezione classica di amore, assimilato all’idea della libertà d’animo dell’essere umano, e generatosi qui invece dall’oppressione e dall’ingabbiamento in confini sociali che nessuno di noi sceglie.
Come detto, non solo da chi scrive ma anche dallo stesso regista nella sua ultima presentazione, parlare di Napoli in un periodo in cui chiunque parla di Napoli è alquanto difficile, quasi inutile si spinge a dire Pistone. Perchè guardare Ciao bambino allora? Perchè lo sguardo di Napoli che offre l’opera del regista partenopeo è lo sguardo di Napoli che si cerca sempre di evitare, quello a cui le personalità che sfruttano l’immagine di questa città cercano di dare le spalle, preferendo mostrare una versione macchiettistica e facilmente “mercificabile” di quest’ultima. Pistone decide di andare volutamente contro questa tendenza, mostrando sì la parte deflagrata di Napoli, ma lontana da facili escamotage narrativi che codificano il contesto partenopeo con dinamiche puramente camorristiche, di malavita organizzata, sparatorie e inseguimenti.
Non è un caso che in un film in cui si parla in buona parte di criminalità “disorganizzata”, si noti la totale assenza di armi sullo schermo – discostandosi sia dalla narrazione di Napoli che ignora colpevolmente le oscurità della città, che invece fanno parte della sua poesia, sia l’esplicitazione di tali oscurità tramite la ricerca di emozioni di facilissima ricezione, utili più a tenere incollato lo spettatore allo schermo che a raccontare davvero qualcosa – e preferendo soffermarsi sugli effetti che crea un contesto socio-culturale così degradato, piuttosto che sulle cause. Non sappiamo perchè il padre di Attilio fosse in galera all’inzio del film, o come Anastasia fosse arrivata a fare la prostituta in quella parte di mondo, sono parti di una realtà che, dichiara Pistone: “o non conosco, o non le saprei raccontare, o mi ci vorrebbero troppe ore per raccontare”.
Ecco perchè la volontà del film è solo quella di raccontare una realtà che oltre a mostrare frustrazione, povertà e disperazione, offre negli occhi del protagonista la voglia di riscatto, il desiderio di lasciarsi un passato impostogli alle spalle e di cominciare una nuova vita, dando alla pellicola i tratti – sebbene il regista si mostri perplesso all’accostamento a tale genere – del neorealismo.
Che all’autore di questo articolo sia piaciuto l’esordio alla regia di Edgardo Pistone è ormai esplicito, ma come sta andando Ciao bambino in termini di critica e pubblico il film?
La pellicola può già vantare un palmares non dà poco. Difatti ha già vinto il premio come Miglior opera prima all’ultima Festa del Cinema di Roma. Inoltre, è tra i film in lizza per la shortlist di 15 titoli delle candidature ai David di Donatello come Miglior opera prima. Una candidatura che avrebbe il sapore di una definitiva consacrazione per un film che è già considerato un “piccolo miracolo” nel panorama cinematografico italiano. Il nostro augurio è che tale consarazione avvenga, e soprattutto che chi sta leggendo possa avere il piacere di gurdare il film sul grande schermo, avendone molto più diritto di alcune pellicole italiane che arrivano in sala negli ultimi tempi.
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