
Ciro Pipoli racconta la città partenopea come solo lui riesce a fare: lascia che siano i suoi scatti a parlarne. Confessa che per lui tutte le strade portano a Napoli ed è per questo che continua a seguire la spontaneità che lo contraddistingue. Dopo tanti piccoli successi e l’aver scattato per la Serie A, il giovane fotografo napoletano ha presentato il suo primo libro fotografico. Dal nome “Ciro il nome che identifica un popolo”, il libro immortala in 159 fotografie la vera essenza napoletana. L’opera coinvolge l’osservatore nell’unicità della città del vesuvio per un tuffo poetico tutto Made in Naples.


«Ho più consapevolezza della mia strada. Riesco a fare ciò che faccio perché mi trovo qui. So che devo dare qualcosa alla città perché è la città stessa che mi sta dando molto, artisticamente e lavorativamente parlando. Ormai il mio nome è un connubio automatico con Napoli nei miei lavori, voglio continuare a scattare mantenendo il rispetto per la città e per la gente».
«Devo essere più che onesto, l’idea non è partita da me. Ho sempre desiderato vedere le mie foto stampate su un libro però considerando i costi e le difficoltà non ho mai preso l’iniziativa. Il libro è nato da Napoli, tra l’unione di vari ragazzi del posto tra cui io. Franz Albano Strucco e Stefano Ferrara, due giovani napoletani, mi hanno proposto di farmi da editori. È venuto fuori un prodotto partenopeo a tutto tondo, vederlo tra le mani mi riempie di soddisfazione».
«Il libro rappresenta la mia città e per questo il giallo è il colore predominante della copertina. Non è una casualità estetica ma richiama il giallo del tufo, del sole, il giallo “napoli”. Poi c’è il titolo nell’immancabile azzurro. L’opera è suddivisa in cinque capitoli: Guagliunera, Anime, Napule, Sacro e Pelle racchiudono ciò che è Napoli nel modo più reale possibile. Non sono immagini da cartolina ma veri e propri sprazzi di vita partenopea».
«Io penso sia proprio l’immagine della copertina. Descrive perfettamente il titolo e il libro in sé. Si tratta della foto che ritrae il bambino che fa il tuffo all’indietro e di cui non si vede il volto. Ci piaceva l’idea che Ciro non ne avesse uno ma nell’immaginario collettivo può essere chiunque».
«Paradossalmente nella vita di ognuno di noi napoletani c’è almeno una persona di nostra conoscenza che si chiama Ciro e in cuor nostro lo siamo un po’ tutti. Siamo tutti un po’ figli di Napoli e secondo me nel pensiero comune Ciro è il nome che ci rappresenta di più. Volendo fare un esempio recente, Mertens ha rappresentato quello che vuol dire essere napoletani, i tifosi lo hanno ribattezzato Ciro e la cosa bella è che lui, a sua volta, ha chiamato suo figlio proprio così. Mi preoccupavo che dare il mio stesso nome al mio primo libro fosse troppo autoreferenziale. Poi confrontandomi con persone a me care ho riscontrato quanto fossero tutti d’accordo con questa omonimia».
«Il mio augurio è di poter continuare su questa scia, la mia speranza è che non sia solo una parentesi. Spero in un continuo lavorativo, ciò non toglie che se un domani le cose dovessero andare male farò altro ma la fotografia la porterò con me a prescindere. Tra i vari progetti che vorrei attuare mi piacerebbe portare fisicamente Napoli all’estero. Devo solo riuscire a capire come».
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