
Ha fatto molto discutere il caso della madre e del fratello della cantante statunitense Ariana Grande, i quali hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Pur non vantando nessuno dei requisiti, ad eccezione dello ius sanguinis (parentela di terzo grado), l’iter è stato portato a termine.
Sul caso della famiglia Grande c’è poco da dire. Frankie e Joan, fratello e madre della celebrità americana, hanno ottenuto la cittadinanza italiana con annessa foto di rito. Tronfi del loro passaporto si sono detti emozionati e fieri di aver ricevuto la tanto desiderata cittadinanza, che li riavvicina ai loro lontani bisnonni italiani. Nessuno vuole sminuire o mettere in dubbio l’amore di questa famiglia per l’Italia e le loro radici, ma la domanda sorge spontanea: è giusto concedere la cittadinanza a persone che vivono in altri paesi dalla loro nascita, magari con bisnonni italiani, e non a quelle che vivono sul territorio italiani da anni?
L’ultima modifica alla legge sul diritto di cittadinanza risale al 1992, all’interno della quale vengono disciplinati i modi per ottenerla, che fanno capo al diritto di sangue o ius sanguinis secondo il quale la si ottiene nascendo da genitori italiani. Sono però ammessi altri modi per ottenerla, come lo ius soli, limitato però solo ed esclusivamente a bambini che nascono in suolo italiano, figli di genitori ignoti. Dunque, il percorso per chi vuole diventare cittadino italiano si fa sempre più complicato, per colpa di una legge ormai anacronistica. Residenza ininterrotta per 10 anni, predeterminate soglie di reddito, attestata e completa integrazione nel nostro paese sono solo alcuni dei requisiti previsti dalla legge che la soddisfano. Guardando oggi al resto del mondo pare ovvio che questa legge abbia bisogno di un rinnovo.
Davanti alla legge siamo tutti uguali, o così dovrebbe essere. Ma a quanto pare non è così. Infatti, se per personaggi famosi e ricchi la via per la cittadinanza è spianata e in discesa, non lo è per le migliaia di persone che ogni anno aspettano di ricercarla. Giovani che hanno completato il loro iter scolastico in Italia e che spesso sono nati qui. Ad oggi il tasso di richiedenti è un netto aumento, anche se il tasso italiano rimane uno dei più bassi in Europa. Una riforma è necessaria per chi in Italia ci è nato e cresciuto ma non è nelle condizioni di poter diventare italiano. Il problema italiano interessa soprattutto i minori i cui genitori non hanno i requisiti per la cittadinanza e che, quando li avranno, non potranno più “ereditare” la cittadinanza da loro perché nel frattempo saranno diventati maggiorenni. Un iter articolato, complicato, vecchio, lento e obsoleto che ormai ha necessario bisogno di cambiare.
“Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in
Italia da immigrati stranieri. Negarla è un’autentica follia, una assurdità”. Così Giorgio Napolitano parlava al Quirinale riguardo la questione della cittadinanza. Per non incorrere in scenari sempre peggiori, con un muro invalicabile posto all’integrazione e al melting pot del nostro paese, un cambiamento è necessario.
La cittadinanza, il diritto a sentirsi parte del paese in cui si nasce e si vive, l’integrazione e il patriottismo devono diventare il diritto di tutti, non il privilegio di alcuni.
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