
È da otto anni ormai che, sotto il cavalcavia dell’asse perimetrale di piazza Giuseppe di Vittorio a Napoli, a Capodichino, esiste e persiste una realtà degradante. Materassi, mobili e suppellettili ricoprono l’area della piazza. Sono le decorazioni delle case dei senza fissa dimora. Qualche tazzina rotta funge da oggetto da esposizione e i piatti e i bicchieri di plastica costituiscono l’area della cucina. “Il tetto si è bruciato, ora posso vedere le stelle” ha recitato Misuta Masahide. Il tetto dei clochard, però, è costruito in maniera ingegnosa con dei lenzuoli, poggiati su delle aste di legno trovate lì nella piazza. Forse le stelle sono realmente l’unica cosa che gli è rimasta. Da anni ormai si cerca di migliorare la situazione della piazza con interventi di bonifica, ma questa sembra restare sempre immobile, come se fosse cristallizzata nel suo tempo.
Abbiamo avuto il piacere di ascoltare le parole di Salvatore Flocco, consigliere metropolitano della città di Napoli, che da anni si impegna per garantire che i cittadini del suo quartiere natale vivano in condizioni decorose. «Riguardo la situazione clochard, è evidente che si possa fare di più e il comune, insieme alle unità di strada e ai servizi sociali, sta lavorando per far sì che ciò accada». C’è una reale collaborazione tra le istituzioni con un’organizzazione efficiente? Inoltre, è presente un numero di operatori di strada e di assistenti sociali notevole sul territorio? «Si è provato più volte a delocalizzare i clochard in strutture apposite. Li ho conosciuti e ci ho parlato uno ad uno, cercando di capire le loro esigenze. Puntualmente, dopo un paio di giorni, tornavano a vivere in piazza» dice Flocco. In tutta l’area della settima municipalità non sono presenti strutture di accoglienza ed è impossibile negare che quelle presenti in altre aree non si trovano in una condizione di sovraffollamento. È obbligatoria una massima attenzione per far sì che il clochard intraprenda un percorso di reintegrazione alla società. Sono necessari più supporti psicologici e motivazionali. Non possiamo nasconderci dietro la scusa del: “sono loro che tornano volutamente in piazza” poiché è innegabile che siano presenti delle condizioni psicologiche e psichiche gravi. La reintegrazione dovrebbe avvenire anche fornendo ai senza tetto dei percorsi di formazione lavorativi o delle occupazioni, dato che alcuni di loro posseggono anche una laurea o un diploma. Sta alle istituzioni fargli comprendere che è inumano vivere senza un tetto stabile sulla propria testa. Quindi no, anche se detto in maniera benevola, non dipende da loro la decisione irrazionale di vivere così; più si ripeterà questa frase come un mantra, meno si vedranno risultati futuri.


La realtà ecclesiastica presente in piazza sta dando un grande contributo per alleggerire il peso della vita che i senza fissa dimora portano sulle loro spalle. La chiesa dell’Immacolata a Capodichino, insieme alla Caritas e alla comunità parrocchiale, fornisce pasti caldi, coperte e abiti ai clochard che vivono in piazza. Un loro progetto, in fase di realizzazione, è l’apertura di un centro d’ascolto con figure professionali specializzate. Sarebbe un’ottima svolta per il quartiere, che contribuirà a migliorare il benessere di tutti i cittadini del territorio che ne richiedono bisogno. Padre Doriano, parroco della chiesa dell’Immacolata, ritiene possibile che ci siano fattori culturali che bloccano e ostacolano la possibilità di attuare interventi efficaci. La città di Napoli, famosa per la sua accoglienza, è ancora intrinseca di stereotipi e pregiudizi. La figura del clochard si accomuna immediatamente a quella del rapinatore o del violentatore. Si tende a cadere nella divisione della città, in cui le idee si presentano contrastanti, non riuscendo a trovare un punto di incontro. C’è chi dice che non devono essere aiutati o che, paradossalmente, se ne devono tornare a casa o al paese loro; altri ritengono che vadano aiutati e che sia impensabile voltare la testa dall’altro lato. È una lotta continua di opinioni in cui chi ne risente sono le persone più deboli. «Tante cose non richiedono uno schieramento: è più utile che le diverse opinioni camminino insieme, in modo che si garantisca una stabilità e una sicurezza per tutti i cittadini del quartiere. Noi non riusciamo ad amare perché non conosciamo e il mistero ci incute timore. Solo conoscendo e accettando i difetti dell’altro potremmo amarlo e aiutarlo» dice Padre Doriano.
Nel 2026 è in programma l’apertura di una stazione della metropolitana a Capodichino, adiacente all’aeroporto, che si collegherà alla linea 1 della metropolitana di Napoli. Dato il repentino cambiamento che avverrà a breve, e data la conseguente maggior affluenza di persone, piazza Giuseppe di Vittorio non può destare questa situazione. «Sono molto amareggiato dagli scarsi risultati ottenuti fino ad oggi riguardo le condizioni della piazza, ma stiamo collaborando per migliorare nettamente le sue condizioni» continua Salvatore Flocco. Difatti, sono stati stanziati dei fondi per la riqualificazione di viale Umberto Maddalena e delle strade adiacenti alla piazza per garantire che le vie d’accesso per l’aeroporto e per la futura metropolitana siano quanto più veloci e fruibili possibili. Dato questo miglioramento delle arterie stradali, piazza Giuseppe di Vittorio dovrà essere il fiore all’occhiello del quartiere di Capodichino. Ma per i clochard che definiscono quell’area la loro unica casa? Si troveranno in condizioni ancor più pietose cercando disperatamente un altro ponte, stazione o galleria? Ci è stato assicurato che tutti gli enti del comune cercheranno di delocalizzare queste persone senza fissa dimora in strutture di accoglienza, ma non è possibile oggi dire che, con l’apertura della metropolitana, non ci sarà presenza dei clochard in piazza. I clochard hanno bisogno adesso di aiuto. Che le stelle possano fargli da guida per trovare la strada di casa.
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