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Come cambieranno le pensioni con il governo Meloni?

Stefano Errichelli
Stefano ErrichelliRedazione Informare
10 ottobre 20225 min di lettura

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Come cambieranno le pensioni con il governo Meloni?

Indice (2)

  • 1Pensioni: la Lega spinge per estendere Quota 41 a tutti i lavoratori
  • 2L’incognita dei costi

Nei programmi del centrodestra ci sono varie proposte per ridurre l’età di uscita dal mondo del lavoro. Resta però tutto da vedere se in poche settimane il nuovo governo troverà con le parti sociali un accordo sulle pensioni. In realtà le posizioni dell’esecutivo di destra in tema di previdenza non sono troppo dissimili dalle richieste dei sindacati, Meloni potrebbe partire da qui per il dialogo con i cosiddetti corpi intermedi come i sindacati.

Dal primo gennaio 2023, a meno di nuovi interventi (e visti i tempi tiratissimi potrebbero non essercene), non ci saranno più le Quote (100 e 102). I soli canali di uscita dal lavoro saranno quelli ordinari della legge Fornero: 67 anni e 20 di contributi per la pensione di vecchiaia oppure 42 anni e 10 mesi per la pensione anticipata, a prescindere dall’età anagrafica (un anno in meno per le donne). Il tempo per un confronto e magari una riforma sulle pensioni è molto risicato.

Le proposte dei tre partiti che compongono la maggioranza sono differenti. Fratelli d’Italia punta sull’abolizione dell’adeguamento automatico dell’età pensionabile alla speranza di vita. Pensionamento di vecchiaia a 67 anni di età anche dopo il 2024, integrazione al minimo anche per chi è soggetto integralmente al sistema di calcolo contributivo e abolizione della soglia pari a 1,5 volte l’assegno sociale per accedere alla vecchiaia contributiva (attualmente poco più di 700 euro lordi mensili); abolizione del minimo contributivo per artigiani e commercianti, eliminando l’obbligo di versamento anche in assenza di redditi;  anticipo della pensione sociale a 60 anni per chi è in particolari condizioni di disagio. Meloni sarebbe favorevole anche alla messa a regime di Opzione Donna, che consente un anticipo fino a otto anni rispetto alla pensione di vecchiaia, ma con il calcolo dell’assegno secondo il metodo contributivo. Si valuta una soluzione analoga a Opzione Donna anche per gli uomini.

Pensioni: la Lega spinge per estendere Quota 41 a tutti i lavoratori

La Lega è per Quota 41, cioè il pensionamento con 41 anni di contributi versati a prescindere dall’età anagrafica. Quota 41 esiste già, ma è per pochi. Da qualche anno è “dedicata” soltanto ai lavoratori in possesso, al 31 dicembre 1995, di contribuzione che possono far valere almeno 12 mesi di versamenti antecedenti al compimento del diciannovesimo anno d’età (i cosiddetti “precoci”) e che si trovano in una di queste condizioni: chi è disoccupato e non percepisce da almeno tre mesi l’indennità di disoccupazione; chi presta cure da non meno di sei mesi a un familiare entro il secondo grado, convivente con handicap grave; gli invalidi civili con oltre il 74% di invalidità; coloro che hanno svolto attività usurante o mansioni gravose per almeno sette anni negli ultimi dieci non meno di sei anni negli ultimi sette di attività lavorativa.

L’incognita dei costi

In teoria nessuno può essere “contrario per principio” a Quota 41, che ha un grande “pro”, innegabilmente. Slega l’addio al posto di lavoro dall’età anagrafica. Quindi chi ha iniziato da giovanissimo a lavorare andrà in pensione a un’età più che accettabile. Facciamo qualche esempio: una persona che ha cominciato a lavorare a 16 anni potrà andare in pensione a 57 (41+ 16). Resterebbero comunque anche dei parametri di pensione di anzianità, età (si ipotizza fra i 67 e i 70) alle quali anche senza i 41 anni di contributi si avrebbe diritto al pensionamento.

Tuttavia Quota 41 costerebbe tantissimo, secondo alcune stime Inps, da sola più di 4 miliardi nel primo anno per poi arrivare a 9 miliardi nell’ultima annualità di un percorso decennale. Prevedere contemporaneamente il ricorso a Quota 41, lo stop ai meccanismi automatici di adeguamento all’aspettativa di vita, la proroga (considerata poco più che una formalità) di Opzione donna e Ape sociale e l’avvio di un percorso per far salire, anche gradualmente, tutti gli assegni ad almeno mille euro, appesantirebbe la spesa pensionistica di oltre un punto di Pil. E la spesa per le pensioni nel 2023 sarà già gravata da un conto vicino ai 24 miliardi legato soprattutto all’aumento dell’inflazione. 

I numeri però sono “ballerini”. Secondo il presidente dell’Inps Pasquale Tridico la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età costerebbe 18 miliardi in tre anni, 6 miliardi l’anno. Secondo un’analisi della Cgil quota 41 avrebbe, invece, un costo massimo nel 2022 pari a 1 miliardo e 242 milioni che diminuisce negli anni successivi. Il Carroccio punterebbe anche sulla proroga dell’Ape sociale (e su un rafforzamento della misura nel 2023 non permangono dubbi, ci sarebbe sostanziale accordo). Il presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha invitato tutti ad abbandonare le “follie” di flat tax e Quota 41.

Tra le promesse di Forza Italia ci sono invece importi minimi più alti, ma la fattibilità è a dir poco in dubbio: pensione di 1.000 euro al mese per 13 mensilità a mamme e nonne; pensioni minima o di invalidità di 1.000 euro per 13 mensilità; possibilità di andare in pensione a 62 anni di età o 41 di contributi senza penalizzazioni. Più realistica invece la richiesta di stabilizzazione di Opzione Donna. Gli azzurri chiedono anche una revisione vera della lista dei lavori usuranti con anticipazione della pensione. Bisognerà dunque fare i conti con le esigenze di bilancio: la strada più plausibile, calcolatrice alla mano e considerando il fatto che i tempi sono ormai stretti, è forse proprio quella che prevede il rafforzamento dell’Ape Sociale e di Opzione Donna e/o la proroga di Quota 102. Ma ovviamente si tratta di ipotesi. Ne sapremo di più quando il governo Meloni si sarà ufficialmente insediato. 

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Stefano Errichelli
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