
Il mafioso di Cosa nostra e latitante per 30 anni, Matteo Messina Denaro, è morto ieri all’ospedale dov’era ricoverato a L’Aquila da agosto e dopo l’arresto di questo gennaio. Tutto ciò, però, non risponde ad alcun tipo di retrocessione da parte della mafia.
Matteo Messina Denaro, oltre tutti i dettagli sulla notizia della sua morte, porta con sé la rappresentazione di una dinamica di cui la società che viviamo è spesso sinonimo: la mafia e, soprattutto, l’economia criminale e mafiosa.
Se in un’ottica politologica volessimo riferirci a Messina Denaro e alle sue bande e clan come protagonisti di un’antipolitica -attiva come poche-, la società civile circostante e vittima dei sistemi sociopolitici mafiosi si ritroverebbe nella categoria dei left-behind di questa antipolitica: persone lasciate indietro, quotidianamente dentro l’idea di un sistema sano a condurre azioni e progetti, ma senza poterlo vivere realisticamente.
Se il mercato tende ad estrarre valore, la violenza mafiosa mira a conquistare e occupare immediatamente spazio, sia fisico, che nell’immaginario attraverso la violenza atta ad annullare il pensiero e la creatività collettivi. Lo spazio contaminato è, infatti, funzionale al potere mafioso.
Si parla di eredità mafiosa dell’ex capo di Cosa nostra, tanto materiale quanto immateriale: soldi e controllo. Tutto questo non fa altro che alimentare la dinamica di espletamento del ruolo mafioso in società, le cui parole chiave risiedono nella povertà educativa attraverso la quale accumulare ricchezza; nel controllo dei territori attraverso la violenza fisica; ancora, nel radicamento della criminalità organizzata all’interno delle dinamiche istituzionali e burocratiche, che generano una politica mafiosa difficile da snodare.
In una dimensione antropologica, psichica, ma anche meramente e gravemente materiale, la vittima risiede sempre nella società civile, dove l’individuo si ritrova sotto un potere viscerato, totalizzante, tanto da essere percepito come normale.
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