
È una giornata qualunque. Sei a lavoro, fai le tue cose, quando all’improvviso arriva lui: il ciclo e con esso dolori lancinanti che ti fanno rimpiangere di essere in età fertile. Nel Paese dei sogni, chiederesti di usufruire del congedo mestruale, ossia un permesso di massimo tre giorni per dismenorrea: in parole estremamente povere, ciclo doloroso.
In Italia no, o, almeno, non dappertutto. Risale al 2016 l’unica proposta volta ad introdurre nel nostro ordinamento il congedo mestruale, poi arenatasi nei meandri del Parlamento. L’iniziativa di accordare una particolare tutela alle donne affette da dismenorrea è, dunque, rimessa ai privati. Tra questi, il gruppo Ormesani che ha, di recente, riconosciuto alle donne (circa metà dei cento lavoratori) un permesso al mese, al 100% dello stipendio, senza necessità di presentare un certificato medico. Più all’avanguardia altri Paesi europei, come la Spagna, che ha normativamente disciplinato il congedo mestruale, fruibile previa esibizione di apposita certificazione. Ancora, il congedo è una realtà in Giappone, già dal 1947, nonché in Indonesia, Corea del Sud e Taiwan.
Mestruazioni e fastidi relativi sono spesso sminuiti e oggetto di battutine sessiste. Niente di più ingiusto, considerato che in molti casi il ciclo si accompagna a malesseri di intensità tale da risultare invalidanti. Allora perché in Italia non se ne parla proprio di tutelare le persone affette da dismenorrea? Per provare a dare risposta a quest’interrogativo abbiamo sottoposto un questionario a circa 100 volontari. Il primo dato significativo è dato dalla quota maschile di aderenti all’iniziativa: appena il 10%. Ancora, ben il 62% dei volontari non era a conoscenza della citata proposta del 2016: dato, probabilmente, sintomatico della scarsa rilevanza mediatica dell’iniziativa, o, semplicemente della distanza temporale dalla stessa.
Il 94% degli intervistati si è dichiarato favorevole all’introduzione del congedo, adducendo la naturalezza del fenomeno, la difficoltà di lavorare durante il ciclo a causa dei disturbi e la conseguente necessità di utilizzare giorni di malattia o, in difetto, ferie. Tra le motivazioni spicca il toccante racconto di un ragazzo. Ci parla della sua ragazza, colpita, durante il periodo mestruale, da dolori così lancinanti da non riuscire ad alzarsi, costretta a lavorare con le lacrime agli occhi, pallida e piegata in due, fingendo di stare bene nel relazionarsi con i clienti. La sua storia è anche quella di tante altre persone, che meritano di avere una voce e di ricevere, in risposta, una tutela adeguata.
La possibilità di fruire del congedo mestruale, in quest’ottica, renderebbe le donne, e in generale, chi ha un ciclo doloroso, meno produttive. Senonché, un punto d’equilibrio tra performance ed esigenze di tutela non sembra impossibile da trovare. Un primo passo per salvaguardare chi soffre di dismenorrea potrebbe essere prevedere, per quel particolare periodo del mese, orari di lavoro flessibili o la possibilità di lavorare in smart working. Si getterebbero, in tal modo, le basi per consentire a chi soffre di dismenorrea di svolgere le proprie attività, preservando, al contempo, la salute e la produttività. Peraltro, non è detto che la sospensione dell’attività lavorativa per circa tre giorni al mese vada a detrimento dell’efficienza, ove si assicuri una migliore performance durante gli altri giorni del mese.
Tutelare i dipendenti postula il riconoscimento della loro dignità: la percezione degli stessi come identità in continua formazione, che possono migliorarsi e migliorare i processi produttivi solo se posti in condizione di lavorare nel benessere. Analoghe considerazioni possono valere per la frequentazione dei luoghi di istruzione e, segnatamente, per la frequentazione delle lezioni o lo svolgimento delle prove di valutazione, nonché per la partecipazione a concorsi.
In tali frangenti, la dismenorrea dovrebbe essere valorizzata al pari di altre invalidità.
Le misure proposte in questa sede, di cui il congedo mestruale fa parte, sono solo un piccolo tassello di un più grande mosaico di equità che la società tutta deve contribuire a comporre.
di Edna Borrata e Ilaria Ainora
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