
La Cooperativa sociale Osiride, nata del 2006, promuove azioni nel territorio del basso Lazio e alto casertano per un modello di economia sociale che metta al centro la protezione sociale e la riabilitazione attitudinale di fasce della popolazione spesso marginali. Dal 2018 ha avviato un progetto di agricoltura che rivalorizzasse territori difficili e al contempo reinserisse nel mondo del lavoro fasce di popolazioni deboli. È così che è nato il Frantoio “Nata Terra”, dove viene prodotto l’olio extra vergine d’oliva Presidio Slow Food – monocultivar Sessana. Ciro Maisto, presidente della Cooperativa Osiride, ci ha raccontato la passione che ha spinto la creazione di questi progetti.
Innanzitutto, Ciro ci ha tenuto a narrarci come è nata l’idea della cooperativa: «Come tutte le storie di welfare, è nata da una sensibilità rispetto a quello che tu vivi sui territori. Nel dire cosa faccio per questo territorio: me ne vado o rimango». E, per rimanere, Ciro è stato spinto da una vocazione territoriale e sociale: «Ti senti legato al territorio in qualche modo e quindi cerchi di entrare anche nelle dinamiche che non vanno. Nel territorio di Cellole, c’era tutta una serie di aspetti legati all’assenza di servizi per le persone affette da disabilità o per i minori. E quindi siamo nati per occuparci di queste fragilità». Tutto molto bello, ma come si fa a sostenersi? «Da lì siamo entrati anche in una logica di intercettare fondi e risorse economiche che potevano aiutarci, ma sempre per l’obiettivo per cui siamo nati come elemento motivazionale: occuparsi della fragilità».
Proprio a partire dalla ricerca di fondi, è nata anche l’idea del frantoio: «L’olio è stato un modo per cercare di dare risposte alle persone che erano in carico». Questa attività poi si è rilevata molto appagante anche per i ragazzi che ne hanno preso parte, oltre che per il territorio: «L’olio era un po’ tornare all’origine perché il nostro territorio ha tantissimi olivi abbandonati e, per di più, abbiamo capito che la disabilità messa a contatto con i processi dell’agricoltura facesse scaricare la tensione di questi ragazzi». Un doppio obiettivo raggiunto quindi: darsi una mano economicamente e, al contempo, far stare bene ragazzi fragili: «Se io devo prendermi cura di qualcuno, lo devo poter fare al di là di fondi pubblici, lo devo poter fare in maniera autonoma».
Arriviamo al prodotto principale: l’olio. «L’abbiamo voluto chiamare ‘Nata Terra’ proprio per suggerire la rinascita di una nuova terra che dia attenzione alle fragilità e a un’economia sociale sana». Il presidente Maisto ci fa capire come questo olio sia particolare rispetto agli altri: «È raro perché abbiamo recuperato non solo olivi abbandonati di 120-150 anni, ma anche una cultura che era andata disfrattata. Parliamo di una qualità molto particolare: la Sessana della zona dell’Alto Casertano, che era molto amara e pizzicava molto».
Interessante anche capire come le comunità locali abbiano accolto il frantoio: «Non si è capito subito cosa stessimo facendo. L’agricoltore che faceva ricoltura sociale in quel territorio trovava vicino al macchinario ragazzi di cui si percepivano delle fragilità. L’impatto iniziale è stato difficile, ma poi è nata anche un’amicizia tra i contadini e i ragazzi, che si sentono anche gratificati di più in quanto inseriti in un sistema comunitario».
Ciro ci tiene a sottolineare anche la naturalezza con cui tutto ciò è nato: «Se i meccanismi diventano automatici vuol dire che stanno funzionando. Abbiamo creato dei piccoli ecosistemi che si sostengono e, nel farlo, non siamo stati autocelebrativi perché io credo che la nostra bravura sia stata cercare di fare l’impresa con criterio, mettendo al centro le persone e le relazioni. Vieni da me a comprare l’olio perché è buono, non ti deve importare che ci siano ragazzi fragili, quello è un aspetto aggiuntivo.
Se veramente si deve fare economia sociale, non lo si deve raccontare di continuo». È chiaro che però, in questo contesto, la Cooperativa ha bisogno di una mano: «Avere ragazzi come i nostri per un direttore agricolo crea un delta di improduttività rispetto a un operaio che non ha fragilità. E allora noi dobbiamo essere bravi a intercettare qualche fondo che vada a coprire questa improduttività». In questo contesto, la cooperazione, ci dice Ciro, «mi ha insegnato che per cooperare dobbiamo fare un passo un po’ più di là: dobbiamo avere la capacità di non metterci per forza avanti nei processi di sviluppo del territorio, la nostra deve essere solo una forza propulsiva rispetto a delle idee, che non devono camminare sui volti delle persone, ma devono camminare sulle azioni, sui fatti concreti che si devono fare».
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