
Un accordo sulla tutela della biodiversità, raggiunto in extremis alla COP16 bis a Roma, presso la sede della FAO, è stato accolto con un lungo applauso dopo negoziati protrattisi fino a tarda notte. Un vertice che, diciamolo, ha visto più ombre che luci. I Paesi più ricchi si sono impegnati a stanziare almeno 30 miliardi di dollari l’anno, con l’obiettivo di tutelare la biodiversità. Questo piano mira a raccogliere 200 miliardi di dollari l’anno entro il 2030. Obiettivo ambizioso, ma vedremo se verrà raggiunto.
Questa è la cifra stimata per proteggere gli habitat naturali, promuovere lo sviluppo sostenibile e garantire l’equilibrio tra le specie. Il Protocollo di Montréal stabilisce l’obiettivo di proteggere il 30% della superficie terrestre e il 50% di quella dei mari e degli oceani, entro il 2030. Attualmente, solo il 17% della superficie terrestre e l’8% di quella marina sono aree protette. Numeri che fanno senz’altro riflettere.
L’accordo è un compromesso reso possibile, in particolare, dalla mediazione del Brasile a nome del blocco dei BRICS. Tuttavia, permangono profonde divisioni tra Nord e Sud del mondo. Divisioni, queste, che sono la vera spina nel fianco delle politiche ambientali. La decisione di creare un nuovo fondo dedicato, richiesto dai Paesi africani, è stata rinviata al 2028. Un rinvio che sa di occasione persa. I Paesi ricchi, guidati da UE, Giappone e Canada, si oppongono alla creazione di nuovi fondi e chiedono l’inclusione di potenze emergenti come la Cina nella lista dei finanziatori.
Il ministro canadese dell’Ambiente, Steven Guilbeualt, ha dichiarato che gli sforzi compiuti dimostrano che il multilateralismo può essere una fonte di speranza in un periodo di incertezza geopolitica. Affermazione, questa, che suona più come un auspicio che come una realtà. La ministra dell’Ambiente colombiana e presidente della Convenzione, Susan Muhamad, ha definito l’accordo un risultato storico. L’intesa assume un significato importante anche a causa del disimpegno degli Stati Uniti dalle politiche ecologiche sotto la presidenza Trump. Gli USA, che non aderiscono alla COP e si sono ritirati dagli Accordi di Parigi sul clima, stanno smantellando le norme di protezione degli habitat naturali, accelerando trivellazioni e l’uso di combustibili fossili. Una politica che va in direzione opposta rispetto alla tutela ambientale.
Legambiente ha descritto l’accordo come “in chiaroscuro”, con significativi passi avanti ma anche molte incertezze. Un giudizio equilibrato e condivisibile. Pur accogliendo con favore la conferma di mobilitare almeno 200 miliardi di dollari all’anno entro il 2030 e la volontà di ridurre i sussidi ambientalmente dannosi, Legambiente critica la mancata obbligatorietà del Cali Fund. Un fondo che rischia di rimanere lettera morta. Stefano Raimondi, responsabile biodiversità di Legambiente, ha sottolineato che molte risoluzioni appaiono come buone intenzioni senza ulteriori fatti concreti. Legambiente critica inoltre la mancanza di una cornice di riferimento per azioni concrete che vincolino gli stati a coperture chiare rispetto al taglio dei sussidi dannosi per la natura. Un’assenza, questa, che rischia di vanificare gli sforzi. L’associazione evidenzia che il Cali Fund, previsto per mobilitare risorse finanziarie dalle aziende che sfruttano i dati genetici di specie animali e vegetali, resta uno strumento su base volontaria, che difficilmente porterà risultati concreti. Legambiente sottolinea l’importanza del monitoraggio per misurare il raggiungimento degli obiettivi e chiede all’Italia un serio impegno per rispettare quanto stabilito nel vertice internazionale, recuperando i ritardi rispetto agli obiettivi 2030 della Strategia Europea per la biodiversità.
Il “Fondo Cali” sarà gestito dalle Nazioni Unite e prevede una compensazione per le popolazioni indigene, che da sempre lavorano per conservare la biodiversità mondiale. Le risorse economiche non statali arriveranno dalle aziende che traggono vantaggio economico dall’uso commerciale delle informazioni sulle sequenze digitali delle risorse genetiche. Giuseppe Milano di Greenaccord ha sottolineato l’importanza di coinvolgere le comunità locali, considerate le prime sentinelle del creato. Un coinvolgimento che è fondamentale. Milano ha inoltre evidenziato che i servizi ecosistemici offerti dalla natura hanno un valore economico enorme, stimato a livello mondiale nel 55% del PIL. Pertanto, non tutelare la biodiversità ha impatti economici molto importanti. Anche Gianluca Catullo del WWF ha ribadito l’importanza di fare pace con la natura per garantire un futuro alle nuove generazioni. Ha inoltre sottolineato i rischi legati alla deforestazione e alla perdita della capacità di stoccaggio del carbonio. Rischi che ci stanno avvicinando a punti critici irreversibili. La prossima conferenza sulla biodiversità, la COP17, si svolgerà nel 2026 a Jerevan, in Armenia. E qui, permettetemi una nota di speranza, un auspicio che sia un’occasione per fare passi avanti concreti.
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