
Essere figli del proprio tempo. Ma quale tempo? Il tempo per sua natura scorre e, dunque, si evolve. Cambia in un continuo flusso, che coinvolge ogni aspetto di un’epoca: politico, sociale, economico, lavorativo, relazionale, culturale e tanto altro. Muta in ciò che lo caratterizza, trasformando con sé le persone o, per meglio dire, le generazioni. Coloro che sperimentano un medesimo avvenimento in uno stesso intervallo temporale. Un evento che caratterizza quel tempo specifico e che travolge e segna chi vi si sviluppa all’interno. Ed è in questo modo che si diventa “figli” di ciò che ha caratterizzato il proprio processo di crescita e formazione. Figli di una parentesi, che può anche cambiare nel corso della vita e dare forma e sostanza ad altro ed altri. Figli, e talvolta anche orfani, di un’evoluzione che per sua natura appartiene poi a qualcun altro. Da questo, la coesistenza. L’occupazione dello spazio comune, con un parametro imprescindibile: la distanza. Distanza che varia la sua ampiezza, ma che genera diverse verità con il medesimo convincimento. Ognuna propria del proprio tempo.
Dai Boomers alla Generazione Alpha: tutti occupanti di uno stesso ambiente. Vivendolo, assaporandolo, approfondendolo ed approcciandovi in maniera diversa. «Se non usi i social oggi sei fuori dal mondo» dice un Centennials. Informarsi, entrare in contatto con le persone, aggiornarsi su ciò che accade nel pubblico e nel “privato” dei propri follower: normale routine. «Sono una forma di intrattenimento che non richiede troppo tempo. A differenza di vedere un film o una serie tv, se hai pochi minuti, apri i social e ti intrattieni per un po’. È veloce e pratico». Un passatempo, un mondo all’interno del quale immergersi con pochi passaggi. «I social sono il mio mondo: è il modo in cui comunico, mi informo e persino lavoro». Connessione allo stato puro, elevata al massimo della sua espressione.
«Ai miei tempi si parlava faccia a faccia, ci si incontrava al bar, si telefonava a casa. Oggi vedo i giovani incollati ai loro schermi. Alle volte mi sembra quasi che abbiano dimenticato cosa significhi davvero comunicare» replica un Boomer. Connessione o isolamento? Dipende a chi lo chiedi. È il paradosso della distanza di cui sopra. «Perché condividere ogni momento della propria vita? Non lo capisco». E forse è proprio questo il punto: non doversi capire per forza. È l’interpretazione, è l’approccio alle cose che varia: un’estranea presenza per un Boomer, uno strumento da dover saper usare per un Millennials, uno spazio in cui esprimere la propria identità per la Gen Z.
Sono i volti di una stessa medaglia. Sono le sfumature articolate di un colore. Sono le facce di una stessa realtà. Chiamate a convivere, chiamate ad evolversi. E in questo cambia l’approccio anche nei confronti di cose che hanno sempre caratterizzato la quotidianità. «La musica prima aveva un’anima, i veri artisti sapevano suonare. Ora sembra tutto fatto al computer, senza strumenti veri e senza messaggi profondi». C’era il vinile, c’era l’attesa per l’uscita di un album. «Oggi la musica è ovunque, costantemente a portata di mano. Ogni giorno scopro canzoni nuove anche tramite TikTok. Non mi interessa se è prodotta tramite PC». Una musica che comunica e si rivolge direttamente ai giovani. «Ascolto la musica in maniera disimpegnata, non analizzo il testo. Ma la musica d’oggi mi arriva lo stesso e mi parla in modo più diretto». E sulla stessa scia cambiano gli approcci a tante altre dinamiche. «Ai miei tempi la politica si viveva davvero». Oggi c’è la sensibilità sociale e l’attivismo. «I problemi del mondo ci toccano direttamente: crisi climatica, disuguaglianze, razzismo, diritti LGBTQIA+». Non c’è un modo giusto o sbagliato: c’è solo il proprio tempo.
Ognuno ha i suoi tempi. Ognuno è figlio del proprio tempo. Ma nonostante questo ognuno trova il modo di coesistere in questo stesso ed unico ambiente. Vasto, vario, in movimento. Ognuno con le proprie verità. Che si toccano, ma che difficilmente si intersecano.
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